Servizi

Una rete di strutture pubbliche contro l’eroina

Da: “Corriere della Sera” del 25 agosto 1986 – Roma.
Varate dal Comune una serie di iniziative per aiutare i tossicodipendenti e le loro famiglie
A riorganizzare e dirigere il Sat del San Camillo è stato chiamato il fondatore di Villa Maraini – L’impegno primario è annullare le disparità di trattamento. L’esperienza del Telefono in aiuto e le alternative al carcere. I risultati incoraggianti delle comunità terapeutiche

La disorganizzazione e la mancanza di coordinamento fra i servizi sanitari (Sat) e quelli sociali (comunità terapeutiche) nel campo dell’assistenza pubblica ai tossicodipendenti hanno indotto molti cittadini a credere che le uniche risposte valide al problema-droga possano venire dagli operatori privati.

Da qualche mese, però, le cose stanno cambiando, specie per il nuovo impegno del Comune che sta diventando, finalmente, punto di riferimento e di raccordo di una serie di iniziative in favore dei tossicomani e delle loro famiglie. Nuove esperienze sono state avviate, come il “telefono in aiuto” e la possibilità di usufruire di misure alternative al carcere; le comunità terapeutiche hanno subito un potenziamento e i rapporti fra i Sat e le altre strutture sono decisamente migliorati.

Tanto che dal primo luglio la Usl Rm/16 ha chiamato a riorganizzare e dirigere il Sat del San Camillo tre medici di Villa Maraini, il centro antidroga che opera sul suo territorio. Questa osmosi tra pubblici servizi costituisce il primo abbozzo di un sistema cittadino integrato con il quale si potranno forse superare le macroscopiche disparità di trattamento, una sostanza particolarmente negativa nell’assistenza ai tossicomani romani.

Il dottor Massimo Barra, sovrintendente comunale per le tossicodipendente, fondatore di Villa Maraini e ora anche coordinatore tecnico dei sanitari del Sat della Usl Rm/16 è ottimista: “Finalmente disponiamo di un circuito completo nel quale ogni paziente, in qualsiasi stadio della sua evoluzione clinica, può trovare una risposta adeguata: dall’intervento domiciliare del “telefono in aiuto” agli svezzamenti e ai mantenimenti metadonici presso il Sat, dalla comunità diurna di Villa Maraini a quelle residenziali di Massimina e Città della Pieve, dalla cooperativa di lavoro ad alternative concrete alla prigione quali la semilibertà, gli arresti domiciliari in comunità e l’affidamento in prova”.

A differenza di quanto avviene nei centri privati, che solitamente accettano soltanto i giovani fortemente motivati nell’uscire dal tunnel della droga, il servizio pubblico deve fornire assistenza a tutti, compresi quelli che non riescono a trovare la forza di smettere. Anche da qui nasce l’esigenza di un circuito completo, per offrire il maggior numero possibile di risposte.

Le spese di gestione, poi, non sembrano essere proibitive, considerando che le tre comunità del Comune (circa 200 ragazzi assistiti) e il “telefono in aiuto” (oltre 1.000 chiamate in tre mesi) contano, in tutto, 11 dipendenti. Lo stesso assessore ai Servizi sociali, Gabriele Mori, si sta impegnando per costruire rapporti preferenziali all’interno delle strutture pubbliche che si occupano della prevenzione, cura e riabilitazione delle tossicodipendenze, sulla scia di quanto è avvenuto fra il Sat del San Camillo e Villa Maraini: “Vorrei che quella esperienza fosse allargata anche agli altri Sat”, dice Mori.

“Finora la lotta alla droga è stata condotta all’insegna del separatismo, senza integrazione fra i vari interventi. Adesso però il Comune sta assumendo definitivamente il ruolo di coordinamento e di impulso che gli compete. Il compito dei tre medici chiamati a dirigere il Sat della Usl Rm/16 non è certamente agevole: “Nel centro”, spiega Barra, “si alternano otto sanitari, ciascuno con un impegno settimanale variante dalle sei alle 12 ore (sulle 78 di apertura, in totale).

Nessuno di loro, inoltre, ha un’esperienza specifica: non ci sono tossicologi e psichiatri, ma cardiologi, ginecologi e internisti”. La scarsa presenza settimanale e la non specializzazione dei medici hanno inciso nel mesi scorsi in misura estremamente negativa sull’andamento del servizio.
Tanto che molti giovani, sfiduciati, sono “emigrati” verso altri Sat: “Il tossicomane”, riprende Barra, “è un paziente tra i più difficili, si accorge subito se chi ha di fronte è competente, e se non lo è ne diffida apertamente. Da parte sua il medico inesperto prova la stessa diffidenza. Cosi si crea un clima che di sicuro non favorisce la terapia”.

Fra i tanti cambiamenti apportati al servizio dai nuovi dirigenti, che hanno elle spalle 12 anni di lotta alla droga, uno è fondamentale: “Lo scalaggio di metadone – prosegue il dottor Barra – è ora adeguato al tossicodipendente, mentre prima, in genere, era il tossicodipendente che doveva adeguarsi ad uno schema predeterminato di scalaggio.

Il piano terapeutico, infatti, non può essere rigido ma rapportato all’evolversi della situazione clinica nel tempo”. Altre modifiche riguardano i criteri di accettazione dei tossicomani, presi in cura immediatamente, prescindendo dai risultati delle analisi, qualora manifestino chiari sintomi di astinenza.

E, ancora, l’abolizione dei 30 giorni obbligatori fra un piano terapeutico e l’altro, ritenuta da Barra una misura “incomprensibile e inutilmente punitiva nei confronti di chi non ce la fa a disintossicarsi in un periodo prefissato. La nuova dirigenza sta anche tentando di ottenere i sei psicologi che, compresi originariamente nell’organico del Sat, si sono dispersi poi gradualmente in altri padiglioni dell’ospedale.

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