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Un giorno per uscire dal tunnel

Da: “La Città”, quotidiano di Bari di martedì 25 giugno 1996 – Bari.
Con un nuovo metodo, salvati in ospedale 30 drogati su 45. Ma da Roma ribattono: è un palliativo

Droga: trenta su quarantacinque ne sono usciti. Come? Il metodo, a lungo dibattuto, si qualifica con i numeri. Le statistiche, questa volta, sono più umane di quanto si creda e illustrano una nuova realtà, che da quattro mesi a questa parte è attiva nel reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale “Fallacara” di Triggiano, unico centro in Italia assieme a quello di Torino.

Disintossicarsi, rapidamente, e nel 60 per cento dei casi, senza ricaduta. In 24 ore si esce dal giro e dalla schiavitù del buco. Fautore dell’iniziativa il professor Vincenzo Rubino, primario anestesista del nosocomio, che assieme ad altre sei persone (Domenico Altieri, Benedetto Garro e Rossella Frontera, del “Fallacara”, e Nicola Oreste, Vincenzo De Candia e Onofrio Stanzione, dell’ospedale “San Paolo”), ha trattato dal primo marzo a oggi 45 casi, perlopiù uomini (solo una decina di donne), di età compresa fra i 25 e i 35 anni.

Finora sono stati fatti quattro interventi la settimana, ma a causa di problemi di organico è stato necessario ridurli a due: il personale infermieristico svolge vero e proprio volontariato, visto che in venti (tra i due ospedali) sono costretti a coprire turni di sei ore ciascuno, senza alcuna retribuzione straordinaria.

La Regione Puglia paga solo la degenza, 3 milioni e 800mila lire per ogni paziente, lasciando al buon cuore di sanitari e parasanitari l’incarico di assistere praticamente i tossicodipendenti. L’intervento si divide in tre fasi, anche se una sola è quella operativa vera e propria.

Nella prima si convince il soggetto a sottoporsi alla cura disintossicante, che è la seconda fase. Il paziente viene mandato in narcosi profonda, senza per˜ intubarlo, a differenza del metodo Urod, introdotto in Italia un anno fa.

Una volta addormentato, si provoca una crisi di astinenza tramite la somministrazione di antaxone, una sostanza antagonista dell’eroina. Il tutto dura dodici ore, durante le quali il paziente viene tenuto strettamente sotto controllo. Al risveglio, poi, necessita di altre cure mediche ancora per dodici ore. Poi a casa.

In un solo giorno, insomma, potrebbe essere possibile disintossicarsi completamente, con un rischio di ricaduta del 40 per cento. Una buona percentuale se si considera che il tutto è praticamente gratuito, a disposizione di quanti decidano, sul serio, di farne richiesta.

Ancora puramente sul piano teorico la terza fase, quella del recupero, che risente di un mancato coordinamento con i Sert (Servizio recupero tossicodipendenti) del territorio. “Gli operatori dei Sert vedono in noi dei nemici”, commenta il professor Rubino, “mentre dovrebbero collaborare, seguendo i ragazzi che si sono disintossicati.

Il rapporto con le famiglie? Dovrebbero occuparsi anche di questo, con l’aiuto di psicologi e terapeuti. Per questo, domani, io e il dottor Oreste incontreremo i responsabili dei Sert di Puglia”. La lista d’attesa al Fallacara è lunga, una quarantina di persone fino a novembre, che vogliono provarci.

E’ scettico, invece, il dottor Massimo Barra, fondatore di “Villa Maraini” a Roma, una struttura in day-hospital creata con l’intervento della Croce rossa italiana. “La disintossicazione non è sinonimo di guarigione”, sostiene, “ma solo un momento di un lungo cammino che è la terapia.

E la ricaduta è l’andamento costante del fenomeno, chi dà dei numeri dice fregnacce. Smettere di drogarsi è facile, ma il recupero è un lungo cammino, non esistono scorciatoie. Non credo al metodo della disintossicazione rapida, quelli che ci provano hanno solo una possibilità in più rispetto a chi si disintossica in sette-otto giorni, senza forzare la natura.

La voglia di droga rimane, in realtà, e non è solo psicologica. “Nel nostro centro utilizziamo vari metodi, abbinando la psicoterapia alla disintossicazione naturale, quella che dura sette-otto giorni. Accogliamo chiunque, basta telefonare al centralino o venire direttamente, il centro è aperto 24 ore su 24.

Le comunità? Funzionano in una minoranza di casi, meno del 50 percento. In quanti ce la fanno? Vige la legge del 33 per cento: un terzo muore, un terzo continua a bucarsi, l’altro terzo ne esce”.

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