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Stupefacenti: “no” di 20 comunità a carcere per consumatori

Da: “ANSA” – Roma, 4 novembre 1988

Venti comunità di assistenza interpellate dall’ANSA hanno espresso un parere assolutamente negativo alla proposta di revoca del principio della non punibilità dei consumatori di droga ed all’ ipotesi del carcere e del ricovero coatto per i tossicodipendenti. “Si tratta – hanno affermato gli operatori – di una misura che non solo non risolve il problema sociale, ma che non può agire da deterrente ne’ tanto meno da terapia”.

Ad esprimersi in tal senso sono stati i responsabili delle seguenti comunità: “Fratello Sole” di S. Severa di Roma, “Comunità Nuova” di Milano, ”Accoglienza e Solidarietà “ di Bari, la “Tenda” di Foligno, la “Ceis” di Roma, la “Punto-Linea-Verde” di Bracciano, la “Sant’ Andrea” di Teramo, la “Ama” di Ascoli Piceno, la “San Benedetto” di Genova, il “Raggio Verde” di Perugia, la “Cometa” di Roma, la “Patriarchi” di Savona, la “Emmaus” di Venezia, il “Centro San Crispino” Viterbo, la “San Grato” di Aosta, l’Opera Pia “Dilani” di Macerata, la comunità “Massimo” di Anzio, il Scia di Roma, la “Aurora” di Pesaro, il centro nazionale comunità associate.

La pena detentiva, hanno convenuto i responsabili della comunità, per il drogato e per il piccolo trafficante, che spaccia per procurarsi la dose giornaliera, finirebbe per favorire un processo di criminalizzazione dei tossicodipendenti, e renderebbe ancora più difficile il reinserimento. “Del resto – hanno osservato in molti – se il carcere fosse una cura, tutti i drogati, che prima o poi passano per il carcere, sarebbero già guariti”.

Altrettanto negativo il giudizio sul ricovero coatto in comunità, che, secondo don Igino Ciabattoni della Opera Pia Milani “è solo un modo con cui le istituzioni tentano di lavarsi le mani di fronte ai problemi che non sanno risolvere”, e che, per Massimo Mosca della “Cometa” di Roma, “è in contrasto con la stessa filosofia delle comunità, che consiste nel creare una alleanza terapeutica con il tossicodipendente”. La comunità quindi, secondo il dott. Giuliano Trevisan del centro “San Grato”, “ha un valore terapeutico quando è scelta liberamente dal drogato”.

Dello stesso avviso anche Massimo Barra del sistema cittadino integrato di Roma, il quale riconosce tuttavia che “in casi particolari di drogati che non vogliono curarsi, si può usare il ricovero forzato per brevi tempo di disintossicazione in gruppi terapeutici”. Al giudizio negativo sull’ ipotesi del carcere e del ricovero coatto, si accompagna la richiesta di sviluppo delle forme di prevenzione, attraverso la rimozione delle cause sociali del disagio che spesso è alla base della ricerca di droga, quella di una maggiore specializzazione degli operatori sociali e di una maggiore assistenza alle famiglie.

Altrettanto comune, fra gli interpellati, è il giudizio che l’ attuale legislazione seppur da “ritoccare”, non deve essere tuttavia riformata in modo prettamente punitivo, e non deve diventare, come afferma don Pino Pistolato della comunità “Emmaus” un codice penale del tossicodipendente”.

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