Servizi

Stupefacenti: la situazione nelle carceri romane

Da: “L’Unità” del 6 febbraio 1991 – Roma.
Bloccati da marzo i finanziamenti. Dovrà chiudere “Telefono in aiuto”

Villa Maraini è al verde. Non solo nel senso che il posto più conosciuto dai tossicodipendenti romani bisognosi di aiuto si trova in un parco, sulla Portuense. E’ al verde perché il Comune non paga. Gli operatori questo mese non hanno ricevuto lo stipendio.

Loro lavorano lo stesso, come sempre ascoltano le angosce dei genitori, discutono con i colleghi del Sat del San Camillo per trovare insieme la migliore comunità per ogni ragazzo che cerca di smettere, continuano ad andare in carcere per i colloqui settimanali con chi è finito dentro, come sempre mandano avanti la cooperativa tipografica, il centro diurno, i gruppi di sostegno ai familiari.

“Mica possiamo abbandonare 250 ragazzi e ragazze che si appoggiano a noi”, dicono. Tra l’altro, Villa Maraini è anche l’unica struttura romana che segue i dettami della nuova legge. Il centro d’ascolto “Telefono in aiuto”, infatti, fornisce assistenza 24 ore su 24, compresi i giorni di festa.

Era così anche prima della legge. Da marzo dell’anno scorso però i medici, gli psicologi, gli assistenti sociali non hanno una lira dal Campidoglio. Finora ce l’hanno fatta dando fondo alla riserva della Fondazione, un piccolo patrimonio di 100 milioni raccolto attraverso sottoscrizioni popolari.
Gli interessi sul piccolo capitale erano destinati a coprire le minime spese di tutti i giorni, i gessi e il cancellino per la lavagna degli appuntamenti, le sedie… Da marzo questi soldi sono stati utilizzati per sopravvivere, andare avanti. Ora sono finiti. Di volontari, anche se si tratta di un servizio pubblico, non ne sono mai mancati.

Ma sono questi 13 operatori senza stipendio i pilastri della rete di assistenza comunale antidroga, a cominciare da Massimo Barra, artefice della struttura. “Almeno dieci volte abbiamo chiesto un colloquio all’assessore ai servizi sociali Azzaro e poi anche al sindaco – dice Massimo Barra – ma non ci hanno mai ricevuti. Eppure io sono il consulente del Comune per il settore tossicodipendenze, curioso no?
Il Campidoglio non paga neppure l’affitto dei nostri locali alla Croce Rossa e non ha avuto neppure la cortesia di rispondere al sollecito dell’ammiraglio Tommasuolo. Ma c’è di più. Le parole di Massimo Barra si fanno più brucianti. “Avevamo finalmente vinto la gara per l’affidamento del servizio, poi è arrivato un fonogramma da Azzaro.

Diceva: in attesa di un incarico definitivo, continuate a lavorare. Silenzio fino all’8 agosto, quando ci ha fatto sapere che la convenzione sarebbe scaduta a dicembre. I finanziamenti però sono arrivati solo fino a marzo. A settembre intanto è stato bandito un nuovo concorso, mai fatto.
Ma uno pensa male. “Telefono in aiuto” l’abbiamo inventato noi, è come se facessero un concorso per affidare Progetto Uomo, che è di don Picchi”. Il segretario della Cgil del Lazio, Ubaldo Radicioni, chiama in causa la Regione, dice che le leggi regionali 55 e 56 restano inapplicate.

Barra versa lacrime al veleno. “Vorrà dire che ci faremo pagare e che vadano tutti al diavolo! Comune, Regione Usl, tutti. Noi riteniamo che la droga sia un problema sociale, che non sia giusto far pagare chi sta male.

Se l’opinione non è condivisa, siamo comunque in grado di renderci autosufficienti. Un po’ brutto però lasciare soli i tossicodipendenti e le loro famiglie, con tutti che si battono il petto per loro!”.

,