Servizi

“Senz’armi contro la droga”

Da: “La Stampa” di domenica 30 ottobre 1988 – Roma.
L’anno scorso 22 mila arresti, ma la polizia chiede strategie più moderne
Il direttore del servizio anti-stupefacenti dell’Interno: “La nuova legge ci mette appena alla pari con gli altri Paesi europei” “Ma è assurdo mandare in galera chi si buca”

L’emergenza droga è racchiusa in una cifra che sembra eclatante, ma che in realtà, è insufficiente ad arginare il traffico e il consumo di stupefacenti: 22.000 persone arrestate nel 1987, di cui il 47 per cento per i reati più gravi previsti dal codice penale.

“Ma tutto questo è ancora poco, troppo poco” – dice il generale Pietro Soggiu, direttore del Servizio centrale antidroga del ministero dell’Interno -. “Pensare di combattere il fenomeno solo sul piano repressivo e con l’azione della polizia è pura utopia. Ma anche in questo settore siamo carenti. A cominciare dai fondi che abbiamo a disposizione, che sono assolutamente insufficienti”.

Proprio per dare maggiori strumenti e più soldi agli investigatori, il disegno di legge dei ministri Vassalli e Jervolino che doveva essere approvato venerdì dal Consiglio dei ministri prevede alcune novità che lo stesso generale Soggiu definisce “irrinunciabili”. “Anche perché” – dice -, “abbiamo chiesto semplicemente quello che le polizie degli altri Paesi europei, hanno già da tempo”.

E’ prevista la possibilità di non arrestare subito i corrieri della droga per tentare di risalire quanto più possibile alla fonte del traffico; gli agenti dei nuclei speciali antidroga potranno acquistare dosi di eroina o cocaina senza rischiare di finire in carcere per infiltrarsi nelle bande di spacciatori; sarà possibile bloccare, perquisire ed eventualmente catturare le navi sospettate di trasportare droga.

E se verrà approvata la nuova legge, i fondi per le indagini verranno proprio dal mondo della droga. Potranno infatti essere utilizzati nelle inchieste tutti i beni sequestrati ai trafficanti (dalle auto alle case), e quelli requisiti dallo Stato saranno venduti. I ricavi verranno versati nelle casse del servizio centrale antidroga. “Ma anche questo non servirà” – sostiene ancora il generale Soggiu – “se non si riuscirà a far diminuire la domanda di droga attraverso la prevenzione”.

E’ questa l’altra faccia dell’emergenza, a cui si collega la proposta di punire non solo gli spacciatori ma anche i consumatori di droga, in parte recepita dal disegno di legge bloccato venerdì. Colpire i tossicodipendenti però – dicono gli operatori nel campo del recupero e della prevenzione -, non serve. Mandarli in galera poi non farebbe che peggiorare la situazione.

Alla proposta socialista di punire chi consuma stupefacenti, il dottor Massimo Barra responsabile per il settore droga della Croce Rossa internazionale, replica con durezza: “Questa gente, anziché cercare soluzioni miracolistiche che non esistono, farebbe meglio a far funzionare l’esistente.

Basterebbe dare la possibilità alle Usl di spendere i propri soldi dall’oggi al domani. Per curare i tossicodipendenti servono strutture efficienti, posti letto, e non la burocrazia, le lungaggini amministrative, le tangenti, i furti, i ladrocini, le spartizioni partitiche dei posti di responsabilità e tutto ciò che rende inefficiente la sanità italiana”. Oggi la situazione dell’assistenza è rovesciata rispetto a quella che dovrebbe essere.

Il ricovero coatto diventa una forzatura per gli ospedali, non per chi ci si rivolge. Barra fa parte, a Roma, della sezione speciale del tribunale civile che si occupa di tossicodipendenti. E’ dalla sua esperienza che parte la denuncia: “Il tossicomane che si vuole ricoverare viene scandalosamente rifiutato da tutti gli ospedali. L’unica via che gli resta è venire in tribunale e farsi fare un’ordinanza di ricovero coatto, con la quale l’ospedale è costretto a prenderlo.

Perché non applicare la legge che già esiste, invece di invocare nuove norme e soluzioni di altro genere?”. E il carcere? Lì la tossicodipendenza è già entrata, anche senza pene specifiche per chi si droga. La media nei penitenziari italiani è di 17 tossicomani su 100, ma nelle grandi metropoli si supera il 50 per cento.

Si va in galera perché per drogarsi si finisce per rubare, rapinare, ricettare. “Entrano, fanno qualche mese, poi escono e ricominciano da capo”, racconta un giudice di sorveglianza romano. “Il nostro problema è quello di tirarli fuori dal carcere, non di mandarcene di più” – dice Barra, che con la comunità di Villa Maraini ha avviato da qualche tempo il “progetto carcere” -. L’idea di spedire qualcuno in prigione perché si buca è demenziale.

Bisogna mettersi in testa che condannare qualcuno a star bene con la propria vita e nella propria pelle, in modo che smetta di drogarsi, è una pia illusione”. Finora la legislazione è andata sempre nella direzione opposta: grazie ad una legge del 1985, è sufficiente che un tossicodipendente dichiari la propria disponibilità a seguire un programma di recupero affinché gli vengano subito concesse le misure alternative alla detenzione.

“E’ la prova che stare dietro le sbarre non serve”, assicura il giudice di sorveglianza.

,