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Incontro con Massimo Barra

Da: Conferenza sulle tossicodipendenze presso l’Istituto di Psicoterapia Analitica e di Integrazione Corporea – 2 maggio 1985

Massimo Barra, direttore della “Comunità Terapeutica Villa Maraini”, Roma Ispettore nazionale dei Volontari del Soccorso della Croce Rossa (V.d.s.) Massimo Barra, fondatore e direttore della “Comunità Terapeutica Villa Maraini”, ispettore nazionale dei Volontari del Soccorso della Croce Rossa (V.d.S.), ha tenuto il 2 maggio 1985, presso i locali dell’I.P.A.I.C. (Istituto di Psicoterapia Analitica e di Integrazione Corporea), via Pacinotti, 12, Roma, una conferenza sulle tossicodipendenze.

L’esperienza ultradecennale, una preparazione di base di ampio respiro, l’interesse scientifico non privo di una genuina sensibilità alle problematiche dei tossicodipendenti hanno contribuito a realizzare quel processo di osmosi, tra oratore ed uditori, che è un segno inconfutabile della riuscita di una conferenza nel momento in cui si realizza una convergenza ideale ed emotiva, che va ben al di là di un semplice scambio di informazioni e notizie.

“Dal ’74 ad oggi – ha esordito Barra – ho conosciuto 4.000 eroinomani; oggi penso esattamente il contrario di quello che pensavo nel ’74 ho fatto una rivoluzione copernicana del mio pensare. Ero completamente alieno da questo mondo, da qualunque tipo di compromissione e di simpatia; mi sono trovato, per tutta una serie di circostanze, ad accostarmi ad esso e pian piano ho cominciato ad amarlo, questo mondo, ad apprezzarlo, a stimarlo e rivalutarlo”.

Dopo aver sottolineato come a distanza di 12 anni il fenomeno si sia notevolmente modificato, giacché, mentre i primi tossicomani erano degli intellettuali, dei ricercatori, dei puri, oggi i “pianeta droga” presenta una serie di problematiche, che richiedono una diversa modalità di intervento terapeutico, Barra si è soffermato sulla distinzione tra droga legale (ammessa dalla legge) e droga illegale (reperibile al mercato nero), sui confini non sempre netti tra le due frontiere e sull’incidenza del fattore socio-politico e culturale nella determinazione delle stesse.

“Voi sapete – ha continuato Barra entrando nel vivo del problema – come l’eroina sia la regina delle droghe pesanti, la grande mamma di ogni tossicomane, la sostanza migliore, quella, di cui ognuno di noi cerca in fondo di comprendere l’effetto. Certo non ci riusciremo mai, però dobbiamo porre come dogma che l’eroina è una sostanza onnipotente, che dà un benessere assoluto: in fondo il primo buco di eroina è un ritorno al ventre materno, un ritorno ad una sensazione di onnipotenza, quale poteva essere quella di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre.

Adamo ed Eva volevano godere di un benessere, che evidentemente non era consentito al genere umano, volevano diventare onnipotenti. Chi si buca gode di un attimo di onnipotenza; questo sentimento di onnipotenza, però, dura poco e chi ha osato tanto  destinato a pagare per tutta la vita o per un lungo periodo di tempo questo attimo di superbia iniziale, il desiderio di essere come un dio. Cominciano, allora, gli aspetti negativi, gli aspetti sconvolgenti della faccenda: da un lato la “roba” diminuisce il suo potere, il suo fascino, dall’altro il prezzo da pagare non tanto in termini economici quanto in termini morali diventa sempre più pesante; pensate a quante umiliazioni va incontro un tossicomane!
Dalla madre, che gli ricorderà di essere la rovina della famiglia, alle stesse strutture, che ritengono di essere terapeutiche, all’arroganza dei medici e degli psicologi, al fatto di non poter essere ricoverato. Pensate ad una vita fatta di angosce, di ricoveri, di galera; una vita che passa dalla piazza all’ospedale e dall’ospedale alla galera; pensate alla necessità di fare dei movimenti, alla necessità di vendere, di comprare, alle umiliazioni, alla fotografia sul giornale, alla cinepresa.

Tutto questo ha un costo in termini umani, oltre che in termini fisici e psichici, sempre più elevato. Ed allora, man mano che passa il tempo, il bello della droga, la luna di miele, il periodo dell’amore folle, dell’onnipotenza tende inevitabilmente a diminuire, a restare un ricordo sempre pi lontano. Il tossicodipendente non riesce pi ad amare la droga come ai primi tempi; prova, infatti, un sentimento di ambivalenza, di amore e di odio: “Io ti odio perché mi hai tolto tutto, però non posso fare a meno di amarti perché pi gli altri mi maltrattano, mi emarginano, mi allontanano, tanto pi tu non mi dici mai di no, perché la “roba” non mi dice mai di no: è sempre disponibile, mi vuole bene.

Più passa il tempo, più questo sentimento di odio tende a divenire maggiore e non esiste tossicomane, dopo dieci anni d’eroina, che non disprezzi e non maledica, in fondo, il momento in cui ha cominciato, che non maledica chi lo ha iniziato a questa dipendenza, che non assuma, addirittura, un atteggiamento protettivo nei confronti dei più giovani, attitudine che viene utilizzata in termini di terapia nei confronti di chi è ancora troppo disorientato e troppo “incasinato” per potersi permettere il lusso di superare la dipendenza.

In questa ottica, allora, il passare del tempo (che normalmente la gente considera negativo) è, invece, ai fini di una terapia, un fatto positivo. Molte volte ci sentiamo dire: “Ma, saremo ancora in tempo?”. Noi rispondiamo che forse è troppo presto perché, nel momento in cui c’è l’onnipotenza della luna di miele, è una pia illusione strappare il tossicomane al suo oggetto d’amore. Con l’insorgere degli aspetti negativi si può progettare un intervento terapeutico ed ipotizzare un definitivo affrancamento e superamento della cosiddetta dipendenza fisica.

D’altro canto lo svezzamento non è altro che la negazione della malattia: levare la droga vuol dire porre le basi per una ricaduta o comunque ostinarsi a ritenere impossibile che esista una malattia chiamata tossicomania, caratterizzata appunto non tanto dalla assunzione della droga quanto dalla incapacità di poter stare senza droga in una data fase della propria esistenza.

Ed è assolutamente riduttivo restringere, come fa l’opinione pubblica, il malessere della dipendenza ai primi 4 o 5 giorni di astinenza”. Dopo aver tratteggiato, con dovizia di particolari, le conseguenze relative alla dipendenza fisica (crisi di astinenza) e alla dipendenza psichica (desiderio struggente di bucarsi), Barra ha posto l’accento su uno spazio non ben definito, che ha chiamato “dipendenza psicofisica”, intendendo con questo la dipendenza fisica microscopica del sistema nervoso, ossia quel senso di malessere interno, che non si vede clamorosamente all’esterno, ma che fa star male nella propria pelle.

Ridurre la terapia allo svezzamento sic et simpliciter è estremamente banale, per cui, continua Barra, ci dobbiamo chiedere che cosa vuol dire terapia, che cosa vuol dire applicarla, quali sono gli obiettivi della terapia e quali mezzi abbiamo a disposizione per mettere in pratica questi obiettivi. “A mio parere, gli obiettivi insostituibili della terapia sono tre. Il primo obiettivo è fondamentale: consiste nell’evitare l’irreparabile, cioè evitare che il ragazzo dipendente si uccida o ponga le basi per un “suicidio cronico”, per esempio rovinandosi il fegato in maniera irreversibile, per cui magari guarisce ma poi muore di cirrosi epatica. (Segue alla pagina successiva >>)

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