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Incontro con Massimo Barra

Da: ” ESS Psicodinamica” Anno I n. 1 ottobre/marzo 1985
Massimo Barra, direttore della “Comunità Terapeutica Villa Maraini”, Roma Ispettore nazionale dei Volontari del Soccorso della Croce Rossa (Vd.s.)

Massimo Barra, fondatore e direttore della “Comunità Terapeutica Villa Maraini”, ispettore nazionale dei Volontari del Soccorso della Croce Rossa (V.dS.), ha tenuto il 2 maggio 1983, presso i locali dell’I.P.A.I.C. (Istituto di Psicoterapia Analitica e di Integrazione Corporea), via Pacinotti, 12, Roma, una conferenza sulle tossicodipendenze.

L’esperienza ultradecennale, una preparazione di base di ampio respiro, l’interesse scientifico non privo di una genuina sensibilità alle problematiche dei tossicodipendenti hanno contribuito a realizzare quel processo di osmosi tra oratore ed uditori, che è un segno inconfutabile della riuscita di una conferenza nel momento in cui si realizza una convergenza ideale ed emotiva, che va ben al di là di un semplice scambio di informazioni e notizie.

“Dal ’74 ad oggi – ha esordito Barra – ho conosciuto 4.000 eroinomani; oggi penso esattamente il contrario di quello che pensavo nel ’74: ho fatto una rivoluzione copernicana del mio pensare. Ero completamente alieno da questo mondo, da qualunque tipo di compromissione e di simpatia; mi sono trovato, per tutta una serie di circostanze, ad accostarmi ad esso e pian piano ho cominciato ad amarlo, questo mondo, ad apprezzarlo, a stimarlo e rivalutarlo”.

Dopo aver sottolineato come a distanza di 12 anni il fenomeno si sia notevolmente modificato, giacché, mentre i primi tossicomani erano degli intellettuali, dei ricercatori, dei puri, oggi il “pianeta droga” presenta una serie di problematiche, che richiedono una diversa modalità di intervento terapeutico, Barra si è soffermato sulla distinzione tra droga legale (ammessa dalla legge) e droga illegale (reperibile al mercato nero), sui confini non sempre netti tra le due frontiere e sull’incidenza del fattore sociopolitico e culturale nella determinazione delle stesse.

“Voi sapete – ha continuato Barra entrando nel vivo del problema – come l’eroina sia la regina delle droghe pesanti, la grande mamma di ogni tossicomane, la sostanza migliore, quella, di cui ognuno di noi cerca in fondo di comprendere l’effetto. Certo non ci riusciremo mai, però dobbiamo porre come dogma che l’eroina è una sostanza onnipotente, che dà un benessere assoluto: in fondo il primo buco di eroina è un ritorno al ventre materno, un ritorno ad una sensazione di onnipotenza, quale poteva essere quella di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre.

Adamo ed Eva volevano godere di un benessere, che evidentemente non era consentito al genere umano, volevano diventare onnipotenti. Chi si buca gode di un attimo di onnipotenza; questo sentimento di onnipotenza, però, dura poco e chi ha osato tanto è destinato a pagare per tutta la vita o per un lungo periodo di tempo questo attimo di superbia iniziale, il desiderio di essere come un dio. Cominciano, allora, gli aspetti negativi, gli aspetti sconvolgenti della faccenda: da un lato la “roba” diminuisce il suo potere, il suo fascino, dall’altro il prezzo da pagare non tanto in termini economici quanto in termini morali diventa sempre più pesante; pensate a quante umiliazioni va incontro un tossicomane!
Dalla madre, che gli ricorderà di essere la rovina della famiglia, alle stesse strutture, che ritengono di essere terapeutiche, all’arroganza dei medici e degli psicologi, al fatto di non poter essere ricoverato. Pensate ad una vita fatta di angosce, di ricoveri, di galera; una vita che passa dalla piazza all’ospedale e dall’ospedale alla galera; pensate alla necessità di fare dei movimenti, alla necessità di vendere, di comprare, alle umiliazioni, alla fotografia sul giornale, alla cinepresa.

Tutto questo ha un costo in termini umani, oltre che in termini fisici e psichici, sempre più elevato. Ed allora, man mano che passa il tempo, il bello della droga, la luna di miele, il periodo dell’amore folle, dell’onnipotenza tende inevitabilmente a diminuire, a restare un ricordo sempre più lontano. Il tossicodipendente non riesce più ad amare la droga come ai primi tempi; prova, infatti, un sentimento di ambivalenza, di amore e di odio: “Io ti odio perché mi hai tolto tutto, però non posso fare a meno di amarti perché più gli altri mi maltrattano, mi emarginano, mi allontanano, tanto più tu non mi dici mai di no, perché la “roba” non mi dice mai di no: è sempre disponibile, mi vuole bene”.

Più passa il tempo, più questo sentimento di odio tende a divenire maggiore e non esiste tossicomane, dopo dieci anni d’eroina, che non disprezzi e non maledica, in fondo, il momento in cui ha cominciato, che non maledica chi lo ha iniziato a questa dipendenza, che non assuma, addirittura, un atteggiamento protettivo nei confronti dei più giovani, attitudine che viene utilizzata in termini di terapia nei confronti di chi è ancora troppo disorientato e troppo “incasinato” per potersi permettere il lusso di superare la dipendenza. (Segue alla apgina successiva >>)

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