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Droga: perché l’uomo vuole questo “stimolo”

Da: “La Gazzetta del Mezzogiorno” di sabato 13 marzo 1982
Interessante convegno a Matera

MATERA – Organizzata dal preside dell’istituto Tecnico Commerciale e per Geometri, in collaborazione con il Comitato provinciale Cri, si è svolta una conferenza sul fenomeno della droga. La relazione è stata tenuta dal dottor Massimo Barra, direttore del Centro antidroga “Villa Maraini” di Roma. Dopo aver fatto una prima distinzione tra droghe “leggere” e droghe “pesanti”, il Dottor Massimo Barra ha sottolineato che l’uso di una qualunque droga rappresenta sempre una sconfitta per l’organismo, il cui ideale per la sopravvivenza è il mantenimento della omeostasi, la costanza cioè delle condizioni interne.

Qualunque modifica esterna all’ambiente interno è destinata a provocare sempre una reazione finalizzata al ripristino dell’omeostasi. Barra è passato quindi a trattare il concetto di assuefazione, di dipendenza fisica (il condizionamento di una o più funzioni dell’organismo da parte di una droga, per cui la mancata assunzione provoca un disturbo “da privazione”) e di dipendenza psichica (la “voglia di farsi”, la voglia cioè di assumere una determinata sostanza).

La mancanza di una sostanza determina “la sindrome di astinenza” (l’insieme dei sintomi che presenta un soggetto”assuefatto” a una droga pesante, eroina e morfina) e il soggetto sta male. A questo punto, dipendendo fisicamente da quella sostanza, tutta la vita del tossicomane ruota intorno alla esigenza di trovare la “roba”, altrimenti sta male: ha la costante volontà di “farsi”, la voglia compulsiva di “farsi”, anche indipendentemente dal bisogno fisico, di qui la dipendenza psichica.

La tossicomania giovanile, ha puntualizzato Barra, comporta dei periodi di intossicazione e dei periodi di “svezzamento” o di disintossicazione, che sono, a loro volta, preludi ad altri periodi di disintossicazione, secondo una regola costante, che evolve però nel tempo. Rispetto alla tossicomania classica, che è sempre esistita (i frequentatori di certi ambienti letterari e salotti, che consumavano cocaina), la tossicomania giovanile, ha sostenuto Barra, è una malattia nuova.

Alcuni anni fa la curva della massima frequenza del fenomeno, in funzione dell’età, era tra i 18 e i 25 anni, ora la frequenza è la stessa, cioè il massimo si ha sempre tra i 18 e i 25 anni. Prima si poteva dire che il fenomeno era recente, appena sorto, e che bisognava aspettare alcuni anni, in modo che questi soggetti crescessero e si avesse uno spostamento a destra della curva, e invece ciò non è successo: il che vuol dire che, a trent’anni, di tossicomani ce ne sono molti di meno.

A questa constatazione Barra è arrivato considerando anche che, a trent’anni, un terzo dei ragazzi è guarito, un altro terzo ha trovato un compromesso tra le sue esigenze e quelle dell’ambiente che lo circonda, ed è un tossicomane più o meno legale, e un terzo, infine, è morto. Quali gli interventi terapeutici? Barra ha parlato della “terapia metadonica di svezzamento” e della “terapia metadonica di mantenimento”.

La prima consiste nel dare una certa quantità di metadone, che viene “scalata” nei giorni successivi, in relazione alle capacità del paziente. La seconda, che viene “snobbata” in Italia, attualmente, consiste nell’assicurare una certa quantità di droga giornaliera al tossicodipendente per fargli riscoprire alternative valide e “farlo stare meglio”, e comunque sotto “protezione”, lontano dai rischi della eroina “tagliata” della strada. Si può guarire?

All’interrogativo Barra ha risposto che non vi è un criterio univoco di giudizio, né vi sono in proposito percentuali di guarigione. La guarigione non dipende dal fatto che “uno non si buca più”, ma ha una serie di parametri che sono, ad esempio, il grado di inserimento sociale, la frequenza o meno ad attività criminali, la frequenza o meno all’eroina, l’avere o meno un lavoro, l’avere o meno una famiglia.

Dare le statistiche, ha concluso Barra, può servire a un’opinione pubblica, assetata, disperatamente, di miracoli, che cerca la panacea, un elemento rassicurante, senza sapere che la panacea non esiste.

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