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Dai a chi si droga un motivo per smettere

Da: “d’Altro Canto”: giornale del “Partito Umanista” numero zero del novembre 1995 – Roma.
Tu solo puoi farcela, ma non puoi farcela da solo!

II titolo di questo articolo è lo slogan che gli operatori e i volontari della “Fondazione Villa Maraini” adottano fin dal 1976. Dare a chi si droga un motivo per smettere significa partecipare attivamente al recupero di un essere umano e quindi credere nella rivoluzione del quotidiano, delle piccole cose, senza più fidare in eventi traumatici o in incontri travolgenti.
Da che parte si comincia? Naturalmente dall’uomo che sta dietro la droga e rivolgendosi alle strutture e ai centri di volontariato che da decenni operano nel silenzio e con ottimi risultati. Ma quali sono le strutture ideali? Sicuramente non quelle che propongono disintossicazioni ultrarapide, e neanche quelle che nel riproporre la legalizzazione delle sostanze stupefacenti credono utopisticamente di risolvere il problema.

Mi permetto di fare tali affermazioni perché fino a tre anni fa ero anch’io un diretto protagonista, un “tossico”. Durante il mio “iter comunitario” ho notato con dispiacere l’insuccesso di altri ragazzi che vedevano nel metadone e negli psicofarmaci la risposta al loro disagio.

Non esistono scorciatoie, il problema vero non è solo smettere di drogarsi e/o disintossicarsi rapidamente, bisogna bensì acquisire uno stile di vita diverso con l’aiuto di persone e comunità (chiuse o aperte) competenti, che sappiano offrire risposte differenziate e molto articolate; questo perché non esiste la tossicomania come realtà oggettiva e immutabile, ma esistono tanti tossicomani, ognuno diverso dall’altro e anche da se stesso in funzione del tempo che passa.

Seguendo la filosofia di intervento della “Fondazione Villa Maraini” (la struttura da me frequentata), ho potuto constatare che gli operatori accolgono anche chi non riesce a trovare una motivazione per smettere, magari perché sta ancora attraversando quello che Massimo Barra (fondatore della struttura) chiama il periodo di innamoramento per l’eroina.

Spesso in altre realtà comunitarie non si valuta che solo l’individuo motivato è in grado di affrontare “un percorso di recupero e che la motivazione si acquisisce dopo anni di tossicodipendenza. Il tossico che non vuole smettere, se seguito da una struttura, corre meno rischi di quello che non ha rapporti con nessun servizio, e il suo percorso di riabilitazione avviene in modo protetto sia per se stesso, sia per la società.

I quotidiani e gli altri organi di informazione negli ultimi giorni annunciavano la scoperta di una cura miracolosa in grado di guarire un drogato nel giro di un paio di giorni. A quei genitori che vorrebbero affidare i loro figli a codeste soluzioni vorrei dire: NON CI SIAMO! Non cerchiamo ancora scorciatoie perché non ve ne sono e anche perché così facendo si rischia di assumere una posizione di delega e quindi un atteggiamento negativo verso chi vorremmo aiutare.

Di centri qualificati ce ne sono fin troppi e non serve spendere capitali in soluzioni che ben presto si rivelano fallimentari. Un tossicodipendente prima di riuscire a decidere di abbandonare “la piazza” e quindi la droga, deve percorrere obbligatoriamente dei passaggi intermedi fondamentali.
Per ciascuna di queste fasi gli operatori e i medici di comunità come Villa Maraini stabiliscono differenti diagnosi e quindi differenti terapie di intervento, con il preciso obbiettivo di eliminare ogni rischio, anche durante la tossicodipendenza attiva.

Al riguardo voglio citare una sintesi di un discorso di Massimo Barra: “Offrire una sola risposta terapeutica costringe il soggetto ad adattarsi ad un intervento, non necessariamente adeguato alla sua dipendenza, con elevato rischio di abbandono o insuccesso. E’ la terapia che deve adeguarsi al soggetto e non viceversa.

Di qui la necessità di un ampio ventaglio di opportunità da offrire al tossicomane, dopo aver fatto una diagnosi esatta della sua patologia. Villa Maraini in tanti anni non ha mai rifiutato nessuno, convinta che se il drogato che vuole smettere è malato, quello che ancora non lo vuole è malato due volte, e richiede un surplus di attenzione”.

Con l’occasione mi associo al dolore che ha colpito i ragazzi di San Patrignano nella speranza che sappiano tener fede agli ideali e a quei valori che in questi anni Vincenzo Cuccioli ha trasmesso.

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