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Strategie di riduzione del danno

Intervento di Massimo Barra ad una Tavola rotonda (novembre 2000)

Partecipanti: Vittorio Agnoletto: L.I.L.A. (Lega Italiana per la Lotta all’AIDS), Milano Massimo Barra: Fondazione Villa Maraini, Roma. Giorgio Bignami: Istituto Superiore di Sanità, Roma Ignazio Marcozzi: Agenzia per le Tossicodipendenze, Comune di Roma Carlo Valenzi: Feder-Ser.T., Roma
Io pure sono preoccupato come Bignami di una certa radicalizzazione che è propedeutica, secondo me, ad uno scontro che avverrà alla Conferenza di Genova tra gli opposti schieramenti e che è uno scontro dannoso per i tossicomani, dannoso per chi lavora con i tossicomani e dannoso anche per lo Stato.

Quindi mi sforzerei di fare una serie di riflessioni per dimostrare che quanto noi stiamo praticando, e cioé la riduzione del danno, le unità di strada, ecc. non sono una strategia etichettabile politicamente, né come antiproibizionista né rispetto allo schieramento di destra o di sinistra; che la riduzione del danno va interpretata come allargamento e come unica possibilità terapeutica per le persone tossicomani a basso livello motivazionale che sono le stesse persone le quali dopo 10, 12 anni di consumo di droga avranno raggiunto una buona motivazione a smettere.

La motivazione è funzione dell’effetto della sostanza, che tende ineluttabilmente a diminuire in funzione del tempo, perché l’uomo si abitua a tutti i piaceri, a tutte le cose belle; e tutte le cose belle che lo attizzano all’inizio con il tempo diminuiscono il loro fascino ed allora per tutti, a un certo momento, arriva quella “accensione di lampadina” che coincide col momento in cui gli aspetti negativi della droga e tutto ciò che é correlato al mondo della droga superano gli aspetti gratificanti e positivi.

Questo ineluttabilmente avviene per tutti, dunque il problema della terapia non é di forzare la mano alla natura delle cose secondo un pre-concetto di chi ritiene che la tossicomania sia come la pensa lui e non come é in realtà, ma anche seguire l’andamento della patologia. Fare dei servizi ad alta soglia, cioé dei servizi che selezionano i soggetti fortemente motivati e fanno uscire fuori i soggetti poco motivati, é contrario all’interesse dello Stato, é contrario all’interesse della sicurezza dei cittadini, é contrario agli interessi che sono protetti dai partiti del centro-destra.

Noi dobbiamo ragionare in termini pragmatici, sapendo tutti che i tossicomani sono uno diverso dall’altro, e che possiamo dividerli grosso modo, per quanto riguarda l’approccio terapeutico, in tossicomani motivati e in tossicomani non motivati. Il solo fatto di fare dei servizi che attendono il tossicomane, seleziona, seleziona cioé coloro che sono in grado di superare la frustrazione insita nella richiesta di aiuto. E in questo caso, come nella patologia psichiatrica, probabilmente é la maggioranza che non é in grado di esternare una richiesta di aiuto.

E stare ad aspettare, come molte volte facciamo noi e come fanno i servizi perché gli fa comodo di selezionare i casi meno drammatici, che siano in grado di esternare la loro richiesta d’aiuto, é una forma di violenza istituzionale che é contraria agli interessi collettivi. Per questo noi siamo scesi in piazza, in strada, siamo andati incontro dal ’92 ad oggi a quei tossicomani che non si rivolgono ai centri anti-droga, a quei tossicomani che costituiscono il sommerso dell’iceberg: e se un tossicomane ben motivato a smettere é pericoloso per sé e per gli altri, un tossicomane che non è motivato a smettere è molto più pericoloso per sé e per gli altri, e fare finta che non esista, o solo che è un peccatore, o solo che è cattivo, è un atteggiamento anti-cristiano di chi non ha letto la parabola della pecorella smarrita.

E’ insomma un atteggiamento violento, e la violenza crea sempre violenza, perchè che cosa farà il tossicomane che non si cura nelle strade se non prostituirsi, vendere droga, allargare il giro o rubare? Incredibilmente il tossicomane è l’unico ammalato per il quale la colpa dell’insuccesso terapeutico è sempre sua, mentre l’opinione pubblica sempre più penalizza i medici per cui qualunque morte, qualunque insuccesso terapeutico automaticamente fa scattare una richiesta di provvedimenti giudiziari, esposti, denunce; e comunque l’opinione pubblica è più convinta che sia colpa del medico e dell’ospedale piuttosto che dell’evoluzione naturale della malattia, mentre la tossicomania, dicevo, è l’unica malattia in cui la colpa dell’insuccesso è sempre del tossicomane: quasi che la scarsa motivazione, anzichè essere uno dei sintomi oggettivi della sua patologia, la scarsezza della volontà, che è indebolita sicuramente dalle sostanze psico-attive, fosse una colpa e non una realtà oggettiva.

Allora l’unità di strada va incontro a questi tossicomani poco motivati per agganciarli. Certo è bene non avere il delirio di onnipotenza di pensare che un tossicomane che sta nei sottopassaggi della stazione Termini, braccato da tutti, solamente perchè incontra un operatore di un’unità di strada si redime o cambia stile di vita; ma il contatto comunque è un contatto utile in prospettiva.

L’unità di strada deve essere un’unità operativa, deve volare alto, non può essere fatta da operatori frustrati, come ce ne sono tanti nei nostri servizi che si battono continuamente il petto perchè stanno nei posti brutti, perchè nessuno se li fila, perchè non ci sono le strutture, perchè non possono operare. Serve gente fortemente motivata, servono operatori di contatto, chiavi con il sommerso: la chiave con il sommerso  il mediatore culturale, cioè la persona in grado di approcciare i gruppi minoritari e marginali essendo da questi gruppi riconosciuto come un’autorità ideologica, o morale, e da questi gruppi accettato nelle sue azioni di educazione sanitaria, di educazione al superamento dei rischi, di attitudine meno negativa: bridging the gap che era lo slogan della conferenza mondiale sull’AIDS di Ginevra, cioè ridurre il fossato, diminuire l’incompatibilità fra questi mondi, è un interesse che io direi più di destra, non è un interesse antiproibizionistico, e per questo non si capisce come ci sia questa ostilità e questo dialogo fra sordi che in realtà poi ostacola l’operatività. (Segue alla pagina successiva >>)

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