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Migrazioni tra confini e identità plurali

Da: “MIGRAZIONI TRA CONFINI E IDENTITÀ PLURALI” Convegno organizzato dal Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica – Napoli 12 ottobre 2011.

Gentili signore e signori, sono particolarmente lieto di poter portare il contributo del movimento internazionale della croce rossa e mezzaluna rossa su temi rilevanti specialmente sul piano umano ed umanitario quali quelli di cui si occupa il presente convegno.

I fenomeni migratori hanno, negli ultimi tempi, attirato la crescente attenzione del nostro movimento che – pur riconoscendo i molti benefici prodotti dalle migrazioni nel corso della storia dal punto di vista economico, culturale e, non ultimo, genetico – non può far a meno di considerare con profonda preoccupazione le implicazioni umanitarie, spesso purtroppo tragiche, che siffatti fenomeni sottendono.
Venendo al tema specifico del mio intervento, cioè migrazioni tra confini e identità plurali, devo confessare che quando mi e’ stato proposto son rimasto non poco perplesso perché non solo non capivo bene di cosa avrei dovuto parlarvi quest’oggi, ma soprattutto non mi era chiaro sotto quale ottica avrei dovuto fare un tale intervento: quella della storia o della geografia umana, oppure ancora della sociologia, ovvero della psicologia, tutte specialità a me sostanzialmente aliene.

I miei amici e collaboratori mi hanno detto: caro massimo questi signori ti stanno chiedendo di parlare dell’uomo e della sua eterna ricerca della felicità.
Immediatamente dopo questa risposta, la parte critica della mia coscienza ha continuato a pormi il dubbio: ma perché questi signori dovrebbero essere interessati proprio alla mia esperienza personale?
Ma qui, devo ammettere, ho avuto gioco facile: ho iniziato a fare il volontario quando avevo 8 anni. dal 1965 compio missioni in tutto il mondo per la croce rossa. sono stato in 108 diversi paesi di tutti i continenti. dal 1974 ho curato 35.000 drogati. in tutti questi anni ho incontrato decine di migliaia di persone: ricchi e poveri, potenti e miserabili, forti ed ammalati, governanti e pezzenti, nobildonne e prostitute. ho frequentato i più diversi ambienti: quirinale e bidonvilles, grandi alberghi e capanne di stracci, salotti e celle di prigione.
Penso quindi di avere qualcosa di interessante da dire sul tema.
Per fare questo, ritengo però opportune alcune definizioni preliminari.

La migrazione fa parte del destino dell’uomo, almeno a partire dal peccato originale e dalla conseguente cacciata dall’eden. nel corso della storia abbiamo infatti più volte avuto dimostrazione di questa intima predisposizione, come scrisse dante: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza!
La migrazione è l’agire dell’uomo, nella sua costante tensione alla felicità ed alla conoscenza, sull’unica variabile assoluta per lui disponibile, ovvero quella spaziale.
In quanto tale questa migrazione è sempre atto deliberato, mai coatto.
Devono escludersi da questa nozione quei fenomeni di temporaneo spostamento di masse più o meno grandi di popolazione determinati da calamità naturali, altri disastri e conflitti bellici: ci troviamo in questo caso di fronte a sfollati/profughi, non a migranti.
Analogo discorso deve essere fatto per le persone che abbandonano forzatamente il loro paese perché in immediato pericolo di vita, in ragione, per esempio, di persecuzioni religiose, etniche, politiche o di altra natura: è questo il caso dei rifugiati.

E’ evidente, in tale impostazione, che lo sfollato/profugo ed il rifugiato potranno comunque divenire migranti nel momento in cui gli stessi si determinano a non rientrare più nei propri paesi, decidendo di inseguire altrove la felicità.
Così rappresentata, la situazione appare abbastanza lineare, quasi elementare direi, ma così non è, anche qui la storia ci offre eventi che è difficile valutare in modo univoco e netto, in bianco o nero tanto per utilizzare il titolo di un intervento che seguirà, voglio dire che tra il “bianco” di chi decide di partire per esser felice ed il “nero” di chi invece resta attaccato alle sue radici, vi è tutta una gamma di “grigi” che comprende eventi migratori, frequenti anche in questa fase storica, di persone che, pur non volendo partire, decidono di farlo per ricercare migliori condizioni di vita.
Tra quelle appena enunciate, queste componenti dovrebbero collocarsi nella categoria del migrante perché queste persone scelgono deliberatamente di abbandonare il proprio paese senza essere in immediato e grave pericolo di vita come invece accade per lo sfollato od il rifugiato. Nondimeno non si può ignorare che in questo caso il processo volitivo di questi uomini e donne è viziato o fortemente condizionato da fattori esterni, come, per esempio, la crescente difficoltà a soddisfare elementari bisogni oppure forme più o meno velate di violenza morale.

Tali circostanze mi portano ad individuare l’ulteriore categoria del migrante condizionato, che si colloca tra quella del migrante puro e quelle del rifugiato e profugo/sfollato.
Ciò posto, occorre ora delimitare il campo dell’altro concetto presente nel tema che svolgo, ovvero quello dell’identità.
L’identità rappresenta l’insieme delle qualità che connotano un individuo e che lo rendono inevitabilmente – e, aggiungo, fortunatamente – diverso dagli altri.
L’identità non è un insieme semplice, bensì complesso: esso non è quindi la somma di singole caratteristiche (fisiche, caratteriali, morali ecc.) bensì il prodotto di altre identità che definirei “di contesto”.
Giustamente il titolo del mio intervento parla quindi di identità plurali, nel senso che ognuno di noi ha probabilmente un’identità familiare, una professionale, una sociale e così via, a seconda dei vari ambiti in cui si svolge la nostra vita.
Ma la pluralità delle identità non si ferma qui. (Segue alla pagina successiva >>)

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