Servizi

L’ospedale in Italia

Da: “Dispensa” edita dall’Istituto di Medicina Sociale in occasione delle “VI Giornate Ospedaliere” tenutesi a Roma il 10-11-12 marzo 1977.
Medicina preventiva: servizi ospedalieri e di territorio. Coordinamento e integrazione

Volevo fare un intervento sull’esperimento che stiamo facendo di comunità terapeutica, ma lo lascio al collega Sandri che sarà il prossimo oratore, in quanto sono state dette cose tanto interessanti che non resisto alla tentazione di fare alcune osservazioni. Mi rivolgo al Prof. Antoniotti, che ha parlato della necessità di considerare anche la quantità dei principi attivi, osservando che il problema è estremamente complesso perché, ad esempio, si potrebbe verificare il caso paradossale dello spacciatore veramente “carogna”, che taglia i suoi dieci grammi mettendoci il 10% di eroina e, quindi, il bilancio finale è un grammo di eroina, che viene considerato un consumatore, mentre colui che viene trovato con due grammi di eroina pura non viene considerato consumatore, ma spacciatore, quindi, evidentemente, il problema della quantità dei principi attivi non lo vedo tanto applicabile al problema della modica quantità in quanto, molte volte, è anche la soggettività dello spacciatore che ha importanza.
Al Prof. Paroli vorrei dire che lo ringrazio per il suo magistrale intervento e che, però, non sono d’accordo, come il collega Prof. Minguzzi, quando critica la contrattazione. E’ vero che la contrattazione può non essere ammissibile, però la contrattazione può assumere anche un ruolo psicoterapico se viene gestita dal medico o da chi, comunque, regge le file della terapia, piuttosto che subita passivamente.

La contrattazione è giustificabile anche in un altro caso, quando, cioè, la terapia non è adeguata, quando la terapia non è corretta; qui siamo tutti medici e non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà! Ho girato per tanti ospedali, al San Camillo mi è capitata una collega che riteneva che una fiala di metadone fosse lecita, mentre già due fiale diventavano droga e, quindi, curava il tossicomane in astinenza solo col flectadol, cioè con l’aspirina (e questo sudava!).

La contrattazione, certe volte, è una necessità del tossicomane, nel momento in cui il tossicomane vede che quei livelli di terapia che gli vengono somministrati non sono adeguati a quelle che sono le richieste del suo organismo. Non sono d’accordo col Prof. Minguzzi, con la sua filippica, anche applaudita, contro lo sport; in questo senso mi sento di dover manifestare tutta la mia solidarietà al Prof. Antoniotti, in quanto, alla larga, lo sport è veramente uno dei fattori – e non lo dico come medico sportivo – che può prevenire la tossicomania e ce ne danno molti esempi anche i paesi a struttura dittatoriale, che sfruttano proprio lo sport sia per motivi di prestigio sia per motivi di una corretta politica per la salute.

Emerge, da tutta la discussione di questa mattina, un senso di frustrazione di tutti quanti, specie degli ospedalieri perché vedono il ricovero di un giorno, un senso di frustrazione che la professoressa Malagoli ha cercato di tamponare con il suo entusiasmo e che io non condivido affatto, in quanto ritengo che la terapia non si faccia né con le leggi, né con i tribunali dei minorenni, né con i timbri, tondi o quadrati, né “cominciando a ricevere le spinte per inserirsi nel territorio”, che è una sua frase, abbastanza astratta e astrusa, in quanto tutti questi nostri tentativi sono destinati al fallimento, come qualunque organizzazione che provenga da quel sistema che i ragazzi rifiutano, perché, se il ragazzo si è drogato, rifiuta anche il sistema da cui proviene e, quindi, è inutile che ci affanniamo tanto con le leggi, la legge non risolverà mai il problema della tossicomania, mai noi potremo contenere il problema con una disponibilità individuale e, cioè, con un ricorso ad una iniziativa privata, di persone che possano entrare in un rapporto di simpatia con il tossicomane, dove a simpatia diamo il suo significato originario.

Tutte le strutture ufficiali, tutte le strutture che funzionano con i timbri e con le segnalazioni e con i ricoveri coatti, sono destinate a fallire, inevitabilmente e, quindi, l’unica possibilità che noi abbiamo è proprio quella di creare delle alternative e su questa base, su questo concetto delle alternative ci stiamo movendo con la Croce Rossa, che, pur essendo una struttura pubblica, è anche una associazione privata, cioè un insieme di persone che vogliono fare qualche cosa, indipendentemente da quelli che sono i vincoli burocratici, e abbiamo creato una comunità terapeutica, che chiamiamo centro di post-cura, in cui questo post-cura non va inteso in senso cronologico, in quanto siamo tutti convinti che terapia e riabilitazione siano due momenti di uno stesso processo, ma esclusivamente in senso biologico. Ho concluso il mio intervento e penso che l’oratore successivo potrà illustrare questo post-cura.

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