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“La riduzione del danno nel contesto internazionale”

Da: “100 ANNI DI CONTROLLO INTERNAZIONALE SULLE DROGHE” Forlì 22 aprile 2009

Queste due parole, Harm Reduction, sono state negli ultimi due decenni fonte di animati dibattiti in tutto il mondo, assumendo una forte connotazione ideologica e politica che trascende di molto il loro significato semantico, la fin troppo evidente e lapalissiana constatazione che ridurre i danni per l’individuo e per la società del consumo di droga è meglio che aumentarli e che nessuna politica sanitaria può augurarsi di aumentare i danni causati da un evento morboso. Ma la logica, anche se basata su inoppugnabili evidenze scientifiche, non basta a spiegare le scelte politiche. Se così fosse gli uomini di scienza avrebbero il pieno controllo dei governi, il che non è né è mai stato. Non basta richiamarsi a ciò che è evidente e dimostrato per orientare le scelte dell’azione politica se dall’altra parte ci sono pre-giudizi che, come tutti i pre-giudizi, non affondano le loro radici nel campo della logica ma in quello della irrazionalità e della emotività, del non-logico e dell’istintivo.

E noi sappiamo quanto tutto ciò sia capace di orientare l’azione dell’uomo, spesso molto più di ciò che è logico. Se l’umanità orientasse i propri comportamenti alla luce della scienza e dell’evidenza non farebbe le guerre né ucciderebbe. L’affermazione o la negazione dell’Harm Reduction sono divenute segno di opposizione tra due modi diversi di intendere le problematiche legate al consumo di droga, quasi una barriera tra due opposti estremismi. Da un lato i proibizionisti senza se e senza ma, quelli per i quali la droga è il male assoluto, i drogati sono dei criminali da punire o dei peccatori da redimere, i duri e puri dell’antidroga, quelli della tolleranza zero, quelli della strategia comportamentista selvaggia del bastone e della carota; quelli che giustificano ogni violazione finanche dei diritti umani del drogato se questo può servire a farlo smettere; quelli che applaudono a personaggi di dubbia reputazione e di dubbia origine se diventano gestori di organizzazioni terapeutiche autoritarie che usano la punizione come passaggio obbligato per la redenzione, quelli che ritengono che il drogato per risorgere debba toccare il fondo e si adoperano in veste di terapeuti, di amici e di familiari a peggiorare la qualità della vita dell’assuntore di droga, per accelerare il momento in cui si pentirà dei suoi misfatti, chiederà perdono e accetterà qualunque punizione pur di affrancarsi dalla droga; quelli che avendo un budget da investire lo spendono tutto in repressione, polizia, dogane.

Dall’altro lato i non proibizionisti che considerano i tossicomani ammalati e non peccatori, che ritengono controproducente la punizione e la prigione, che ritengono interventi di salute pubblica basati sulle evidenze scientifiche rappresentare il modo migliore per combattere gli effetti negativi delle droghe per i singoli e per le comunità, che pensano un mondo privo di droga irrealistico e irrealizzabile, che considerano il sistema sanzionatorio fonte di stigmatizzazione e discriminazioni dei consumatori, creando più danni delle sostanze stesse (stigma kills!), fino a quanti chiedono la liberalizzazione di ogni droga, la fine del regime proibizionistico, l’abolizione dei trattati internazionali e finanche la piena libertà di assumere droga come mezzo per espandere le proprie conoscenze e la propria coscienza.

È evidente che posizioni così opposte e radicali non possono trovare una sintesi senza un grande sforzo comune che cerchi di riportare il dibattito per quanto possibile al di fuori dei confini della emotività e della irrazionalità. Io credo che la libertà di ognuno di noi si debba fermare quando arriva ad intaccare la libertà degli altri. Non credo quindi alla libertà di drogarsi, perché l’alterazione del rapporto di un individuo con la realtà circostante porta sempre danni al singolo e alla Società. Anche se il regime proibizionistico fa di tutto per aggravare il problema, corrompendo tutto e tutti e producendo decine di migliaia di morti l’anno. Non riesco però ad essere nemmeno un anti-proibizionista.

La libertà di produzione, circolazione e vendita di ogni tipo di sostanze potrebbe avere una sua logica in un mondo popolato soltanto da saggi capaci di distinguere il bene dal male, il conveniente dallo sconveniente, il lecito dall’illecito. La proibizione è un freno ai consumi, per il quale paghiamo un elevatissimo costo sociale. La non proibizione porterebbe con sé un altro elevato costo sociale in termini di aumento del consumo. Non è un caso che le 2 grandi droghe dell’umanità il cui consumo provoca il maggior numero dei morti siano proprio i 2 prototipi di droghe legali, l’alcool e la nicotina. Ciò premesso, io sono un forte sostenitore della riduzione del danno, una strategia che non ha valide alternative. La riduzione del danno è il primo obbiettivo di ogni intervento terapeutico, tentando di evitare l’irreparabile ed il punto di non ritorno per il singolo e di prevenire alcuni dei danni sociali legati al fenomeno.

There is no magic treatment or simple answer in the field of substance abuse. But a treatment that works is a treatment that we can adapt to the special circumstances of the individual. It is like there were two different and completely opposite strategies, one totally against drugs and drug users, the other one more flexible, and in my opinion realistic, with the consequence that supporters of the first approach consider supporters of harm reduction as facilitators and partners in crime with consumers. It is now time for listening to the voices of the most vulnerable ones and to advocate a new way, beyond prohibition and even harm reduction.

A new global approach based on humanitarian principles that empowers people to make healthy choices. But what exactly is a harm reduction strategy, in reality? A harm reduction strategy is the opposite of a harm increase strategy, which humiliates, mortifies, criminalizes and stigmatizes drug users, producing negative effects both at the individual and public health levels, as well as at the social one. There is no other field in medicine in which doctors have the objective to increase the harm of patients. Many people think, in good faith, that associating a form of harm, or punishment, or violence, to the action of taking drugs could help “unconditionate” the positive conditioned reflex associating drugs with pleasure. According to this point of view, if the memory of pleasure makes it easier to continue taking drugs, the memory of sorrow and grief should act as a deterrent.. (segue alla pagina successiva >>)

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