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La questione del metadone

Da: Tavole Rotonde sull’etica professionale nel trattamento delle tossicodipendenze.
Organizzate dal CORA (Coordinamento Radicale Antiproibizionista) aprile/giugno
Massimo Barra, medico, esperto sulla droga della Croce Rossa Internazionale, direttore dalla Fondazione Villa Maraini.

Anna Maria Boano sa che, mio malgrado, non sono un antiproibizionista. Per quanto riguarda Masini voglio ricordare che venni impedito da lui di parlare di metadone, quel metadone con cui abbiamo raggiunto 16.000 persone.

Voto “SI” perché è cretino limitarci le poche risorse che abbiamo. Nei Camper della Stazione Termini facciamo di tutto: distribuiamo siringhe, profilattici, ma non abbiamo a disposizione il metadone, non ne abbiamo l’autorizzazione. Ma se non ce l’ha un Camper alla Stazione Termini il metadone, ma chi ce lo deve avere? E’ un non-sens.

Allora ho scritto al Ministro della Sanità e ho chiesto che si autorizzasse con un decreto il Camper della Croce Rossa Italiana ad usare il metadone al livello sperimentale. Il Ministro ha risposto che non si poteva e che potevo utilizzare il metadone mettendomi d’accordo con una USL, fingendo di essere un appendice mobile di un SERT.

Sono andato alla USL RM/ 10 e ho offerto gratuitamente il Camper. Sono sette mesi che questa convenzione è scritta ma non firmata. Faccio la malignità di pensare che, essendo gratuita non ha quel quid di fascino che la rende praticabile.

In carcere c’è l’AZT ma non c’é il metadone forse perché costa poco come ha detto qualcuno, non si capisce perché solo 300 tossicomani hanno il metadone in carcere. Non si capisce perché chi sta in carcere a Velletri lo può avere e chi sta a Rebibbia o a Regina Coeli non lo può avere.

E’ anticostituzionale un trattamento differenziato. Allora, siccome il Referendum, in uno dei suoi punti restituisce al medico la capacità e la dignità di scegliere in scienza e coscienza ciò che deve prescrivere, così io me ne fregherò della convenzione che sto pietendo alla RM/ 10 e il giorno dopo l’abrogazione della norma, io uscirò col metadone alla Unità Mobile della Stazione Termini.
E, se senza metadone abbiamo raggiunto 2000 persone, di cui 1000 sommerse, pensate cosa può essere il venire a galla del sommerso tossicomanico a Roma. Un sommerso su cui nessuno ha mai voluto mettere le mani forse per paura di sporcarsele o perché, altrimenti, le statistiche dei “redenti” vanno a farsi benedire.

Infatti io posso fare le statistiche dei redenti solo in quanto una piccola parte dell’iceberg viene a galla e di questa solo una piccola parte accetta di curarsi e di questa solo una piccola parte fa il programma e arriva alla fine. Ma rispetto a questa piccola parte quanta è la base dell’iceberg?
Uno Stato che si rispetti ha tutto l’interesse che il tossicomane venga conosciuto e curato e non diventi veicolo di trasmissione di malattie infettive. Faccio parte del partito della “modica quantità” cioè la persona giusta per quel tipo di programma: ancora c’è la cultura che è il soggetto che deve adattarsi al modello e non il contrario.

Abbiamo danni iatrogeni cioè indotti, nel momento in cui ci ostiniamo a proporre un modello salvifico e quindi penalizziamo pesantemente dei soggetti giˆ penalizzati dall’uso di droga, già depressi perché se non erano depressi non si drogavano, ma ora sono depressi perché si drogano, con l’autostima sotto i calcagni e tutti che fanno a gara per rinforzare la bassa autostima.

Sdogmatizziamoci nei nostri interventi terapeutici: per ognuno la fine dell’avventura della droga avverrà quando gli aspetti negativi del suo uso supereranno quelli ammalianti della sostanza. Nel frattempo cerchiamo di evitare che il soggetto redento abbia a morire per qualche altra evenienza che gli è capitata quando era oggetto delle nostre cure “redentive”.

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