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I programmi delle “Unità di strada”

Da: “Dossier Provvedimento” Atti della Prima Conferenza Nazionale sulla Droga Camera dei deputati Servizio Studi – n. 22/I – XII legislatura – luglio 1994

Massimo Barra – Direttore Fondazione Villa Maraini
Grazie Signor Presidente, Signor Ministro. Lei prima ha detto che le strategie di riduzione del danno sono condivise dai non-punizionisti e dagli anti-proibizionisti. Io sono un “proibizionista”, uno cioè che crede che certi tipi di droga debbano essere proibiti, come tante altre cose sono proibite per la civile convivenza, non per un fatto morale aprioristico, ma semplicemente e pragmaticamente perchè la droga non porta felicità.

E quindi lo Stato ha il dovere di dire che certi comportamenti è preferibile evitarli. Ciò non di meno sono un sostenitore ed un soddisfatto se finalmente la stampa si è accorta che esiste anche una strategia della riduzione del rischio. Meno male, perchè fino a ieri sera il telegiornale diceva – uno dei tre, perchè adesso non c’è più differenza, perché la RAI non è più lottizzata, quindi TG1, TG2, TG3 sono uguali – che si erano riuniti tutti i rappresentanti delle comunità a Palermo, dimenticando tutti gli altri che non sono rappresentanti di comunità.

Dovendo valutare la 162, lasciatemi criticare tutti quelli che hanno identificato (compreso il Ministro per gli Affari Sociali. non l’attuale, neanche il precedente, ma due Ministri fa) l’unica possibile terapia con le comunità terapeutiche e coloro che hanno demonizzato quelli che non pensavano che il tossicomane dovesse essere punito e mandato in galera. Adesso c’è il rischio che gli altri tendano a rifarsi e che, sentendo l’aria cambiata, vogliano essere altrettanto esclusivi o esclusivisti, in modo da rifarsi di tutte le umiliazioni che hanno avuto da parte di “redentoristi” coloro che pensavano la redenzione come unica possibilità di approccio e di intervento nei confronti di un tossicomane.

A mio giudizio, la politica di riduzione del danno trova la sua logica nella definizione della “tossicomania”: tossicomane non è colui che si droga, ma colui che in una data fase della sua esistenza è incapace di sopravvivere senza droga. Questo è un dato oggettivo, credo che possa essere condiviso da tutti. Si può essere consumatori di droga senza essere tossicomani, ma se si è tossicomani, in una data fase della propria esistenza, si è oggettivamente incapaci di sopravvivere senza droga, e questa situazione palelogica è una situazione oggettiva e riproducibile in laboratorio, per cui tutti gli animali si comportano come un uomo, una volta che siano stati resi dipendenti da determinate sostanze.

Se quindi, in quella fase, è impossibile la redenzione, cioè è impossibile vivere senza droga, noi ci dobbiamo chiedere che cosa vuol dire fare terapia nei confronti di una persona che non direi non vuole smettere, ma non può smettere, o non può volere. Cioè, è in condizioni psico-fisiche tali da non poter volere. Ecco quindi che il tossicomane non è una realtà oggettiva, ma una realtà grigia che comprende il bianco, motivato, che ne ha le scatole piene, che accetta qualunque umiliazione, che è in grado di diventare francescano pur di allontanare questo maledetto oggetto di piacere, ma anche un nero che è incapace anche di superare la frustrazione insita nell’adire un trattamento terapeutico.

Devo dire che i trattamenti terapeutici non è che abbiano fatto a gara per favorire l’approccio del tossicomane. Passi per le comunità perché le comunità in tanto sono terapeutiche in quanto sono selettive del motivato. Non si capisce come ci possano essere dei Servizi territoriali che, scimmiottando le comunità terapeutiche, diventano selettivi dell’utenza, perché l’alternativa al Servizio territoriale selettivo è la disperazione in piazza. E la frustrazione insita nell’adire un Servizio selettivo è molto superiore rispetto alla frustrazione insita nell’adire un Servizio accogliente, disponibile, forse non superattrezzato, ma che almeno ti sta a sentire non per dovere di ufficio, ma quanto meno per condivisione umana della tua situazione.

E allora, se è vero che un tossicomane è sempre una mina vagante, e se è vero che un tossicomane che non si cura è una mina vagante due volte, anche per gli altri, è interesse precipuo dello Stato conoscere, contattare il maggior numero possibile di tossicomani, indipendentemente dalle loro capacitˆ oggettive in quel momento di dare una risposta gratificante alle attese redentoristiche dell’operatore. Questo è il razionale delle unità di strada.

Tuttavia se noi alla stazione Termini con il camper raccogliamo 2110 persone in un anno, e poi le inviamo ai Servizio e il Servizio non le accoglie perché non c’è la competenza territoriale (“perché non sei nostro”: problema di Roma, forse non di città più piccole) o perché lo schema mentale del direttore del SERT, che aveva magari frequentato un corso nella Comunità X o nella Comunità Y, è una mentalità selettiva che quindi cerca tossicomani belli, con gli occhi azzurri, ben motivati, che gli diano il prodotto; oppure gli operatori non sono in grado di sopportare la frustrazione insita nel mancato rispetto del contratto terapeutico da parte dei tossicomani, è perfettamente inutile che noi andiamo a fare unità di strada.

Allora, prima delle unità di strada noi dobbiamo avere Servizi territoriali in tutta Italia che siano in grado di non essere impotenti perché “padri impotenti” è un clichè che non è terapeutico. Di operatori impotenti ne abbiamo le scatole piene, e la “paccoterapia”, cioè la terapia della pacca sulle spalle, serve a poco. Quindi i SERT devono avere tutto il ventaglio delle possibilità terapeutiche o in prima persona o con gli enti ausiliari. Grazie ai cielo il referendum ci fa superare il concetto che il trattamento farmacologico debba essere fatto solamente dal Servizio pubblico e che le comunità terapeutiche siano prevalentemente un servizio privato. (Segue alla pagina successiva >>)

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