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Conferenza su: “tolleranza dei terapeuti e tossicodipendenti”

LISBONA MINISTERO DELLA SANITA’ PORTOGHESE FONDAZIONE CALOUSTE GULBENKIAN

Da che mondo è mondo ogni epoca ed ogni regione ha avuto a che fare con problemi di uso e di abuso di droghe, come espressione di un anelito innato nell’uomo di modificare il suo stato di coscienza ed alleggerire le sue sofferenze, alla ricerca della pillola della felicità capace di sconfiggere il dolore, la malattia e finanche la morte.

Nel sud dell’Europa il consumo di droghe è esploso epidemicamente all’inizio degli anni 70 con alcune caratteristiche comuni a tutti i paesi della regione: – l’uso accentuato di eroina per via endovenosa; – l’età giovanile degli assuntori; – la diffusione a tappeto in tutte le fasce sociali; – il consumo associato di più sostanze psicotrope insieme; – la recente comparsa di una “cocaina da strada” usata per via endovenosa con effetti più sconvolgenti e meno governabili della più tradizionale cocaina endonasale di ambienti ristretti ed elitari; – i sempre più accentuati rapporti tra droga e criminalità anche se è sempre doveroso distinguere chi ruba per drogarsi e chi si droga per rubare essendo in generale il primo un malato costretto a certi comportamenti dalla sua dipendenza ed il secondo un criminale che ha scoperto un buon sistema per delinquere meglio; – il crescente allarme sociale indotto da tale criminalizzazione del fenomeno e, in questi ultimissimi anni, gli stretti rapporti tra droga e AIDS in una sconvolgente prospettiva di disperazione e di morte che ci fa rimpiangere come felice il tempo in cui la tossicomania si presentava come il principale problema cui far fronte.

La reazione a questo drammatico stato di cose è variata da Paese a Paese a seconda delle condizioni economiche, politiche e sociali locali: il mio Paese che secondo le statistiche sembra avere il maggior numero di eroinomani per via endovenosa in Europa, tra i 200.000 ed i 300.000, di cui il 50% sieropositivo per AIDS con una percentuale costantemente in crescita di diffusione dell’ HIV ed una previsione di arrivo in tempi brevi ad una saturazione dell’ 80% della popolazione tossicomanica, ha dovuto creare in pochi anni un sistema di intervento e terapia cui si rivolgono quotidianamente migliaia e migliaia di giovani. La filosofia dell’intervento che si è venuta affermando in Italia nell’ultimo decennio, pur fra incertezze e polemiche che in tema di droga acquistano sempre connotati clamorosi ed eclatanti, si basa su una serie di convincimenti sui quali ritengo opportuno soffermarmi brevemente:

  1. Non esiste l’intervento, unico perchè superefficace, che da solo sia in grado di guarire un tossicomane.
  2. Ciascun tossicomane è diverso dall’altro e richiede un’attenzione per lui tutta particolare e specifica, non omogeneizzabile.
  3. Ciascun tossicomane è diverso da se stesso in funzione del tempo che passa il che si accompagna a profonde modificazioni del rapporto con la sostanza, da una prima fase di “luna di miele” in cui la droga  tutto per lui e nessuna forza umana è in grado di sottrarlo al suo unico ed onnipotente oggetto d’amore, ad una seconda fase di ambivalente amore ed odio, in cui gli aspetti apparentemente positivi e gratificanti della sostanza sono controbilanciati da altrettanti aspetti negativi legati al meccanismo della tolleranza e della dipendenza ed al costo, umano oltre che economico, sempre crescente, della sostanza, fino ad un terzo e finale periodo di odio franco per la droga, in cui, dopo mediamente dieci anni di abuso, ogni tossicomane maledice il momento dell’inizio ed appare pi motivato a smettere di quanto non fosse in precedenza, avendo la sua tossicomania raggiunto per lui un prezzo troppo elevato e non pi sostenibile.
  4. La terapia è dunque un lungo cammino da percorrere insieme, tossicomane è colui che lo aiuta, colui che, d’ora in avanti, chiameremo “il terapeuta” nel senso più ampio del termine, senza identificarlo necessariamente con questa o quella categoria professionale.
  5. Occorre privilegiare un intervento a rete, la creazione, cioè, di tutta una serie di occasioni terapeutiche differenziate tanto per modalità operative che per collocazione topografica ed istituzionale, possibilmente collegate ed integrate tra loro anche con mobilitˆ dei terapeuti, con una gamma di interventi capaci di dare una risposta immediata, anche se parziale, ad ogni tossicomane, sia esso motivato o non motivato a smettere, sia esso in luna di miele o nella fase di odio per la sostanza, sia esso libero od in prigione, che abbia bisogno di farmaci sostitutivi o no, che abbia bisogno di un ricovero o di un trattamento ambulatoriale, che abbia bisogno di una comunitˆ terapeutica o di un centro di giorno o semplicemente di cambiare il suo ambiente di vita.
  6. Occorre evitare di concentrare gli sforzi solo in favore dei soggetti ben disponibili e motivati ad interrompere il loro rapporto con la droga ed agire terapeuticamente anche in favore degli “altri”, dei casi apparentemente insolubili, di coloro che intendono in ogni modo continuare ad essere tossicomani, essendo nell’interesse dello Stato e della collettività quello di raggiungere comunque il maggior numero possibile di soggetti dediti all’uso di droghe, il che comporta per i terapeuti un surplus di attenzione, di frustrazioni e di stress al quale essi devono essere adeguatamente preparati: se un tossicomane che vuole smettere è una mina vagante, uno che non vuole smettere  una mina vagante due volte e chi lavora con lui per far evolvere la sua motivazione ne deve essere ben consapevole e cosciente, altrimenti entrerˆ in depressione.
  7. E’ parimenti importante che ogni terapeuta abbia ben chiaro in mente che non esiste tossicomania, per quanto inveterata sgradevole e incallita essa sia, che non possa essere superata e che anche dai casi pi difficili ed apparentemente senza speranza si possono verificare imprevedibili e gradite sorprese. Spesso è proprio da questa fascia di tossicomani irriducibili ed apparentemente senza speranza che possono nascere dei nuovi terapeuti perchè chi  grande nel delinquere e nel soffrire può essere grande anche nell’amare e nel fare del bene, una volta cambiati limiti e prospettive della propria esistenza.

L’ex tossicomane divenuto operatore sociale  una costante di molti servizi antidroga di cui non si pu˜ fare a meno sia per l’attitudine protettiva e paterna che molti vecchi tossicomani, giunti alla fase calante della loro dipendenza, assumono nei confronti dei più giovani, sia per la personale testimonianza di riuscita e di vittoria in una lotta, quella per il superamento definitivo della dipendenza, che a volte può apparire improbabile se non addirittura impossibile.
L’ex tossicomane dimostra che volere è potere e questo è per lui un buon sistema di rendersi utile alla società, spesso l’unico in cui mettere a profitto l’esperienza positiva della sua passata storia di droga. Un ex tossicomane terapeuta in un centro antidroga o in una comunitˆ terapeutica è un simbolo, un personaggio importante di riferimento, mentre in qualsiasi altro posto rischia di essere un numero o un anonimo lavoratore. (Segue alla pagina successiva >>)

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