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Villa Maraini e la Riduzione del Danno

Da: “HIV/AIDS e DROGA”: Manuale per operatori di prevenzione: L’intervento in strada, edito dal Ministero della Sanità – Prima edizione: marzo 1996 – Roma.

La lotta alla droga e le strategie di recupero dei tossicodipendenti sembrano obbedire alla regola degli “opposti estremismi”. Il dibattito, in tutto il mondo fortemente irrazionale ed ideologizzato, oscilla tra i 2 poli dell’antiproibizionismo e del “proibizionismo redentoristico”, tanto che, nell’accezione dell’opinione pubblica e dei mass-media, chi si dichiara contrario ad una delle due linee di tendenza viene immediatamente catalogato come sostenitore della linea opposta, senza possibilità di sintesi intermedie. Pensiamo invece che entrambe le posizioni, se immobili nella loro rigidità, siano frutto di radicalizzazioni e di fanatismi e che esista una “terza via” da percorrere.

LA TERZA VIA

La “terza via” è quella della riduzione del danno, a torto ritenuta dai proibizionisti vicina ad ipotesi di liberalizzazione o di legalizzazione delle droghe oppure vissuta da chi pensa che è vitale disintossicare il tossicodipendente costi quel che costi e con ogni mezzo, come un programma di ripiego, di resa e di ridimensionamento delle ambizioni professionali salvifiche degli operatori. Questa scelta di strategia terapeutica , per quello che ci riguarda proviene, invece, dalla nostra esperienza clinica di questi anni che ci ha insegnato che il passare del tempo è un alleato e non un nemico della terapia, non fosse altro perché col tempo il fascino delle sostanze nel singolo assuntore tende inevitabilmente a diminuire per assuefazione, nel mentre crescono le probabilità di riscoperta di alternative alla droga.

Chi abbia un minimo di confidenza coi tossici sa che è ben diverso rapportarsi con chi é tutto preso dalla totalizzante esaustività dell’eroina, che ama alla follia in una luna di miele che non tollera incomodi o disturbi, dal proporre stili di vita meno auto distruttivi a chi è giunto a maledire la sua condizione di tossico ed il momento in cui ha cominciato a drogarsi.

Se la motivazione a smettere cresce spontaneamente e inevitabilmente col passare del tempo, accompagnandosi in modo proporzionale allo charme calante della droga, la terapia deve tenere conto di questa realtà, assecondandola senza tentare di forzare oltremodo la mano alla natura delle cose. E’ vero che la motivazione a smettere può essere essa stessa oggetto di una strategia terapeutica, ma non fino al punto di pretendere l’impossibile, perchè il prezzo che si paga può essere molto elevato fino a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del tossicomane. Anche pretendere sempre e comunque la disintossicazione come punto di partenza di ogni intervento, vuol dire negare l’esistenza stessa della tossicomania, della malattia, cioè, di chi é incapace di sopravvivere senza droga, ponendo cosi le basi dell’insuccesso e della successiva cosiddetta ricaduta. Quanti genitori e quanti terapeuti si sono (a fin di bene?) comportati da aguzzini?
Quanti hanno avuto chiaro il concetto che tossicodipendente non è chi si droga, ma chi è incapace di sopravvivere senza droga in una certa fase della sua esistenza?

EVITARE L’IRREPARABILE

Fare riduzione del danno vuol dire in primo luogo evitare l’irreparabile adattando l’intervento alle obiettive possibilità di reazione del soggetto malato di droga, in una strategia dove è la terapia che si adegua all’individuo e non viceversa, come spesso avviene nelle strutture affette da integralismo terapeutico dogmatico, ma anche in tanti, troppi SerT. Vuol dire anche farsi carico della situazione globale del paziente, della qualità della sua vita, della sua felicità o infelicità.
Vuol dire sapersi porre degli obiettivi intermedi, al posto di quello della redenzione globale. Vuol dire sapersi accontentare dei successi parziali e praticabili e non sognare soltanto l’impossibile, scaricando poi sul tossico le proprie frustrazioni se il risultato perfetto non viene raggiunto. Se è vero, come scrive Olievenstein, che “il n’y a pas des droguès hereux”, la strategia della riduzione del danno può contribuire significativamente a ridurre l’infelicità di chi è ancora incapace di elaborare per se un progetto di vita indipendente dall’uso di sostanze.

ANDARE A CERCARE

Crediamo che il primo e più importante contenuto della strategia di riduzione del danno consista nella ricerca attiva del tossicomane, che contraddice l’abituale clichet terapeutico delle diverse strutture in attesa a volte serena e consapevole, altre volte ossessiva e patologica, del soggetto motivato. L’attesa pure obbedisce ad una precisa strategia: il soggetto che va ad un centro è comunque diverso e “migliore” di chi non si pone ancora il problema di andarci. Se poi il centro detta una serie di regole e di precetti come condizione essenziale per continuare a frequentarlo, il risultato è quello di una ulteriore selezione di motivazione tra chi è in grado di sopportare le frustrazioni insite nelle prescrizioni ricevute e chi tali frustrazioni non è in grado di elaborare e quindi abbandona.

La colpa in ogni caso ricadrà su di lui e a nessuno verrà in mente di ipotizzare il contrario. Quanto più i precetti sono rigorosi ed esigenti tanto più dura è la selezione e tanto più elevata è la possibilità di un risultato finale positivo. La cosa ha una sua logica a condizione che altri si facciano carico dei soggetti con motivazione ridotta cioè, per esser chiari, che i servizi pubblici territoriali siano in grado di recuperare e trattare quanti vengono scartati dai metodi selettivi, diremmo giustamente selettivi, delle comunità terapeutiche, obbligate al rigore dalla esigenza di salvaguardare la governabilità, e quindi la terapeuticità complessiva della struttura.

Ancora più logico sarebbe il tutto, se a monte della decisione di intraprendere questo o quel cammino terapeutico, ci fosse una diagnosi, il capire cioè che cosa è meglio per quel soggetto in quel momento, anziché le spinte emotive giornalistiche e televisive che orientano sempre e comunque verso l’oasi salvifica di redenzione, anche quando la redenzione è oggettivamente irrealistica o francamente impossibile. Andare a cercare il tossicomane nei luoghi dove questo vive e si droga contraddice la scelta terapeutica di farsi carico solo di chi lo voglia fortemente, andando cosi incontro a quanti sono cosi patologicamente dipendenti da non trovare neanche lo spazio per una ipotesi di cambiamento. Se il soggetto che vuole smettere di drogarsi è malato, quello che nemmeno si pone il problema è ancora più malato.

Se il primo è sempre una mina vagante, il secondo è una mina vagante due volte, un pericolo ambulante per sè e per gli altri. E’ dunque interesse di tutti contattarlo al più presto, senza attendere quella “maturazione” spontanea che altro non è che il portato di eventi che possono essere oltremodo drammatici tanto per il singolo che per la società nel suo insieme.

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