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OVVERO VILLA MARAINI E LA RIDUZIONE DEL DANNO

Maggio 1997

E’ perfettamente inutile svezzare chi non ha nessun valido motivo per vivere senza l’involucro protettivo della roba ed anzi senza di questo è destinato a soccombere. Se una certa percentuale di tossicomani guarisce, il passare del tempo non costituisce un fattore negativo per l’evoluzione della malattia. E la malattia non la guariamo noi medici con i farmaci, ma l’individuo stesso con il suo processo di maturazione, opportunamente catalizzato da un corretto intervento assistenziale.
Terapia allora non è lo svezzamento, cioè la disintossicazione dalla droga, perché è perfettamente inutile svezzare una persona se non le si dà una ragione per cui valga la pena di vivere indipendentemente dal ricorso all’eroina (…). Ecco allora che il concetto di terapia si trasforma in quello di lungo cammino da percorrere insieme: il tossicomane e chi lo aiuta.

In questo cammino non esiste la medicina, il farmaco, il trattamento principe (…). E’ un processo lungo, dove non esiste la panacea, dove la riassunzione di droga è un fatto costante. Dire: “costui è guarito, però è ricaduto”, è un non senso. E’ come sostenere che un ammalato di malaria è guarito il giorno che sfebbra; ma dopo 3 giorni è di nuovo febbricitante. Per la tossicomania il passare del tempo è un fatto positivo.

Quando vengono ad uno dei nostri centri le madri a dirci “saremo in tempo?”, rispondiamo “forse è troppo presto”. Perché agli inizi il ragazzo che si droga, come dice Claude Olievenstein, sta in luna di miele con la droga (Olievenstein C., 1977). E quando un individuo è in luna di miele non ci sono santi: deve drogarsi e basta. “Sto bene perché sto fatto”. La roba è tutto per me. Sono perfetto e onnipotente. Il resto è silenzio e non conta. Amo la roba di un amore totale, folle, esaustivo che non lascia spazio a null’altro. Anche se in tale fase non possiamo chiedere molto all’intervento terapeutico, cionondimeno esiste una possibilità di azione.

Quello che noi possiamo fare è tentare di evitare che succeda l’irreparabile. L’irreparabile può essere un’overdose (…) o può essere, per esempio, che da una siringa sporca nasca un processo epatico aggressivo e progressivo che sfoci poi in epatite cronica o in cirrosi epatica, portando il paziente alla morte. Potrebbe sembrare un obiettivo ambizioso e difficilmente raggiungibile quello di evitare l’irreparabile.

L’esperienza insegna invece che i tossicomani con punti di riferimento terapeutici validi muoiono più difficilmente rispetto a quelli lasciati a se stessi o curati con l’indifferenza. Cito, ad esempio, le statistiche del Centro per le Malattie Sociali del Comune di Roma, in cui nessuno dei 1400 eroinomani assistiti in cinque anni di attività è morto nel tempo in cui era seguito in terapia, mentre i decessi sono iniziati quando, di fatto, al Centro era stata tolta ogni possibilità operativa, salvo quella di poter consigliare il ricovero. L’elevata frustrazione di tutti gli operatori socio-sanitari che agiscono nel campo della droga sarebbe molto minore se considerassimo la diversità degli obiettivi in funzione del tempo, e quindi non pretendessimo dalla terapia una panacea assurda e irrealizzabile. L’importante è convincersi che è sempre possibile intervenire, anche se con scopi diversi, a seconda dell’anzianità della assunzione di droga.

Allora proponiamo una serie di interventi che servano, in un primo momento, a tamponare la situazione e, in un secondo momento, a ricostruire la giornata del tossicomane evitando gli aspetti più distruttivi dell’eroina (Barra M., 1979).” Non è abituale iniziare un articolo con una lunga autocitazione ma la notevole attualità delle cose che scrivemmo nel 1979, quasi vent’anni fa, ci sembra giustifichi il peccato di presunzione, non solo utile ad alimentare un sano narcisismo, ma anche a dimostrare come la filosofia della limitazione dei danni affondi le sue radici ben indietro nel tempo e non sia un fungo strumentalmente comparso perché alla moda o perché politically correct. Rivendichiamo quindi anche all’esperienza di Villa Maraini, più che alle successive teorizzazioni olandesi o di Liverpool, l’origine di quel substrato teorico e culturale che oggi viene definito Riduzione del Danno.

VILLA MARAINI E LA RIDUZIONE DEL DANNO

“Non si può curare una persona che è morta. Quindi la prima cosa da fare è aiutarla a sopravvivere, anche perché il tempo gioca a nostro favore e non a nostro danno.” Se un tossico che ha voglia di smettere sta male, quello che non ha voglia di smettere sta male due volte (Barra M., Lelli V., 1990). L’osservazione prolungata del fenomeno ci ha insegnato come spesso la persona che non ha voglia di smettere sia la stessa che, dopo qualche anno, ha voglia di smettere. Allora il problema è aiutare il tossicodipendente ad approdare, innanzitutto vivo e il più sano possibile, al momento in cui possa dire: “ho voglia di smettere”.

E’ certo più facile incontrare un tossicomane che non ha voglia di smettere piuttosto di uno che ne ha voglia. Nella storia di una eroinopatia, della durata media di 10/12 anni, si passa normalmente da una fase di non motivazione ad una di motivazione all’abbandono definitivo della sostanza. Questa seconda fase non si verificherà fin quando gli aspetti soggettivamente positivi e gratificanti della droga supereranno il suo costo economico e, soprattutto, esistenziale.

E’ un problema di dare e avere. La droga dà molto e molto toglie. Il viraggio dal non volere al volere è legato alla somma algebrica del dare e del togliere: io ho voglia di smettere quando gli aspetti negativi complessivi della mia situazione superano gli aspetti positivi e gratificanti. Questo avviene ineluttabilmente in tutte le situazioni, in funzione del tempo (ibidem). Trattare chi non vuole smettere è ben diverso dal trattare chi lo vuole e impone una forte diversificazione dell’offerta terapeutica, con obiettivi modulati in funzione delle realistiche possibilità di reazione. La fase in cui il drogato è totalmente non motivato è la più drammatica e per questa l’opinione pubblica, le istituzioni, i servizi e gli operatori sono meno preparati. La riduzione del danno è nata proprio per dare una risposta a tale esigenza.

Essa non deve essere una bandiera ideologica, ne una pretesa di intervento risolutore o totalizzante, in antitesi con altri approcci ritenuti fino ad ora dall’opinione pubblica come gli unici proponibili; non è una nuova fortezza, terapia a due facce, salvifica per chi è malato e catartica per il senso di colpa di chi cura.

Essa è solo la messa a fuoco di una zona d’ombra: il riconoscimento scientifico, politico ed istituzionale del pezzo che mancava. Far terapia, nella dipendenza cronica da sostanze, vuol dire prendere in carico. Presa in carico a lungo termine del paziente e della sua patologia, onde collocare spazi giusti attorno a specifici tempi, determinati e scanditi dalla caratteristica evoluzione del rapporto con la droga. Il terapeuta è colui che accompagna con competenza la persona nel suo percorso, fino alla riscoperta di alternative a questo punto appetibili più della sostanza, dal fascino ormai irrimediabilmente offuscato. Il tempo della patologia, se trascorso negli spazi giusti, assume valore di terapia.

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