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Prefazione

Da: “Emanuela nelle braccia dell’Islam?” di Anna Maria Turi – Edizioni Segno

Quando una persona scompare, improvvisamente, senza motivo e senza che alla sparizione seguano segnali utili per rintracciarne i movimenti e indovinarne la sorte, ovvero senza che si affaccino, in caso di rapimento, rivendicazioni plausibili da parte di qualcuno, si apre una profonda ferita non solo nella famiglia che accusa la perdita anomala e senza spiegazione di un suo membro, ma anche nell’intero corpo sociale. E una ferita destinata a non rimarginarsi mai più, o almeno fino a quando la sorte da cui quell’essere umano è stato colpito non venga conosciuta fino in fondo. Le situazioni che provocano una scomparsa possono essere le più svariate.

Si può sparire volontariamente o perché obbligati da un rapimento, o perché migranti alla ricerca di una migliore qualità della vita, o perché fatti sparire da governi ostili o perché segretamente eliminati da un esercito nemico. In ogni caso la condizione di missing provoca nella propria cerchia di affetti una sofferenza acutissima.

Anche il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa che in nome del principio di Umanità è in prima linea contro ogni forma di sofferenza si occupa di missing, soprattutto con la sua Agenzia Centrale delle Ricerche del Comitato Internazionale di Ginevra che tenta in ogni modo, in guerra ma anche nelle tante situazioni né di pace né di guerra, di rintracciare gli scomparsi e di rimetterli, se ancora in vita, in contatto con i loro familiari. Anche a costo di ricorrere a lunghe e complesse analisi del DNA per dare un nome ai morti ritrovati ormai scheletri nelle tante fosse comuni scavate per la violenza e la follia umana.

Quale che ne sia la causa, ogni persona che scompare provoca un immediato meccanismo di ansia nei propri cari. Sarà viva, starà soffrendo, quanto durerà questo tormento? So bene cosa si prova: quando mio padre affetto da Alzheimer uscì di casa per comprare il giornale e non riuscì a tornare per essere poi ritrovato quarantotto ore dopo in un ospedale passai due giorni di angoscia e d’inferno, molto di più di quando poi morì. E l’incertezza e la non conoscenza che è intollerabile.

Figuriamoci quando la scomparsa dura a lungo e si presta ad ogni genere di supposizioni e di congetture, come nel caso di Emanuela Orlandi. Un caso particolare ed emblematico perché i tratti altamente drammatici della vicenda — di cui peraltro si conoscono solo le prime battute — sono andati a sovrapporsi e a intrecciarsi, a torto o a ragione, all’evento ancor più drammatico e di risonanza mondiale del secolo scorso quale è stato l’attentato a Giovanni Paolo II. Per cui esso si è stampato in maniera indelebile nella coscienza di tutti gli Italiani e proprio per ciò dev’essere oggetto di attenzione anche da parte di chi si occupa di interventi umanitari.

Della partecipazione corale alla sofferenza non solo della famiglia Orlandi, ma della comunità si è fatta interprete Anna Maria Turi la quale non ha esitato a intraprendere lunghi e impegnativi viaggi per verificare alcune informazioni di cui era entrata in possesso nella sua qualità di giornalista. Il risultato è un diario minuzioso e avvincente, perché denso di personaggi più o meno conosciuti e di sorprese in una ricognizione che mai nessuno prima aveva affrontato. Sono rimasto impressionato, come lo saranno i lettori, dalla tenacia e dal coraggio, a volte al limite dell’incoscienza, con cui l’Autrice ha inseguito le sue piste.

Qualità tutte per le quali Anna Maria Turi meriterebbe di poter scrivere quell’ultimo capitolo di cui ci parla nella sua premessa.

Massimo Barra
Presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa

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