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“Metadone una terapia?”

Da: Provincia di Roma 1981
Dr. M. Barra, medico del Centro Antidroga dell’Ufficio di Igiene di Roma e Direttore del Centro di post-cura “Villa Maraini”

Vorrei dire che tra tutte le relazioni sentite fino ad ora io mi sono ritrovato un po’ con quella di Don Pierino che, a vibrazioni, mi ha portato all’atmosfera di “Villa Maraini”, un po’ happening, senza schemi rigidi. Vorrei dire che è bello ritrovarci qui in pochi perché ci permette di discutere intorno al tavolo in maniera non isterica, come in genere avviene nel campo delle tossicodipendenze.

I convegni troppo numerosi finiscono poi in una bagarre di accuse e contraccuse, anche perché tutti quanti pretendono di avere la ricetta miracolosa in tasca. Io ritengo che la ricetta miracolosa non ce l’abbia nessuno. Mi sembra che siamo arrivati ad una certa umiltà tutti quanti, forse perché lavoriamo sul serio in questo settore e quindi si è visto come non si possa dire che un metodo sia migliore di un altro. Sono tutti differenti tentativi ed ognuno ha la sua validità.

Perché hanno tutti la loro validità? E perché è stupido accapigliarsi sul metodo? Accapigliarsi sul metodo comporta un presupposto: che la realtà su cui questo metodo si va a scaricare sia una realtà oggettiva. Se si può discutere sulla polemica metadonesi, metadoneno, metadonesi a scalare, no il piano dei 21 giorni, no al mantenimento, la comunità aperta si, quella chiusa no, e viceversa, è perché si presuppone tutti che la realtà su cui il metodo si va a scaricare sia uniforme, tutta uguale; il che è falso, perché non c’è niente di costante in nessuna malattia, perché non esistono le malattie ma esistono i malati.

Tanto meno nessun tossicomane è uguale ad un altro, anzi direi che nessun ragazzo è uguale a sé stesso in funzione del tempo che passa. Quindi, io direi che noi dovremmo arrivare a concepire tutto e il contrario di tutto e che in fondo l’abilità del terapeuta sta nel fatto di capire cosa serva in quel momento a quella persona. Quindi, anche la distinzione comunità chiusa, comunità aperta, per le quali ci sono i rispettivi partigiani, deve, secondo me, cessare in quanto ci sono ragazzi per i quali va bene il primo tipo di trattamento, e, nel momento stesso in cui noi proponiamo una selezione attitudinale diciamo anche che c’è un certo tipo di ragazzi che se ne va.

Il ragazzo così detto non motivato, ( e che noi in fondo abbiamo sempre “aggredito” in quanto non era motivato e non voleva guarire) in realtà ha più bisogno di quello motivato, dato che quest’ultimo si trova già più avanti nel lungo cammino della sua terapia, mentre quello non motivato è veramente disperato. Noi, nella nostra storia, quella di Villa Maraini abbiamo sempre rifiutato la selezione attitudinale, nel senso che accettiamo tutti indipendentemente dal loro background ed indipendentemente dal fatto che siano motivati o meno, anche perché diffidiamo delle selezioni attitudinali che fatalmente vengono affidate a persone che si ritengono “esperte”, ed inoltre, riteniamo che chi se ne va o viene eliminato ha in realtà più bisogno del nostro intervento, e, questo, mi sembra di averlo sentito un po’ nell’intervento del rappresentante di Don Pierino.

Quindi, se diciamo che la C.T. è una realtà che ha un programma come quello di cui abbiamo parlato adesso a proposito del CEIS (l’intervento è stato immediatamente precedente al nostro), allora Villa Maraini non è una comunità terapeutica, perché è un posto, uno spazio aperto dalla mattina alla sera, dalle 09 alle 21, e che accoglie tutti. Questi “tutti” che cosa fanno? Alcuni rimangono dalla mattina alla sera, altri vengono trattati ambulatorialmente a seconda delle loro esigenze. E qui vorrei parlare di un altro concetto che noi rifiutiamo: quello della distinzione tra TERAPIA e REINSERIMENTO, quasi che fossero due momenti cronologicamente e rigidamente distinti; secondo questo criterio la terapia consiste nell’andare in ospedale, e pertanto noi ci aspettiamo da questo “pacco postale”, inserito in questa casella un determinato “fatturato”, cioè che rispetti determinate regole, che si disintossichi, magari in 21 giorni; i 21 giorni, poi, li avevano inventati gli americani, perché lo usavano come criterio economico, per la distinzione tra MANTENIMENTO e DISINTOSSICAZIONE.

In Italia manca questa distinzione economica, per la quale l Agenzia che erogava il mantenimento riceveva sovvenzioni da parte dello Stato…. quindi, non capisco la distinzione di 21 giorni, quasi che uno che si disintossica in 21 giorni è bravo, se lo fa in 22 giorni è meno bravo, e se non si disintossica per niente…… allora uno prima si deve disintossicare e la gente dice :” Ah, si è disintossicato, allora è guarito…”, poi, quando fatalmente ricomincia, perché l’andamento costante del fenomeno è questo, almeno per un certo periodo del suo iter terapeutico, quando si è disintossicato lo possiamo reinserire: dobbiamo levare il “pacco postale”dalla casella ospedale e in quella di trattamento farmacologico in cui l’avevamo inserito e infilarlo in un’altra casella che si occupi di tutto il resto, quasi che il malato non fosse un’unità psicofisica, un tutt’uno, un individuo. …

Noi, quindi, abbiamo cercato di superare la tradizionale dicotomia tra l’intervento sanitario e l’intervento sociale, il che vuol dire realizzare un intervento di rapporto umano, interpersonale, di scambio di vibrazioni, di possibilità di soffrire assieme, di vivere insieme. Devo dire che in tutto questo siamo stati sempre in estrema difficoltà, perché, al contrario di tutte le altre iniziative delle quali abbiamo parlato fino ad ora, siamo una struttura pubblica e mentre il privato può fare quello che gli pare ed operare, noi siamo pubblici , e pubblici nel peggiore dei modi, in quanto figli di tutti e di nessuno: perché figli della Croce Rossa, della Regione, della Provincia, del Comune, della USL , e per mettere d’accordo tutte queste strutture c’è voluto, chiaramente, un certo tempo e, chiaramente, ci sono state notevoli difficoltà, anche dal punto di vista dei fondi.

Devo dire che se noi siamo qua ancora dopo 5 anni a parlare lo dobbiamo soprattutto all’intervento della Regione e della Provincia che hanno fatto dei progetti su Villa Maraini, ed hanno mantenuto gli impegni. Peraltro, sotto la volontà politica c’è tutta una rete di intrecci burocratici per cui, ad es., la Regione stanzia dei finanziamenti e noi dopo 18 mesi questi finanziamenti non li abbiamo ancora ricevuti. E’ chiaro che di fronte all’urgenza dei fenomeni tutto questo ci mette in estrema difficoltà. Abbiamo, sempre, rifiutato la “territorialità selvaggia”, quella che io chiamo così. Io non riesco a capire, (e sono contento che qui ci sia l’Assessore, gli Assessori, ci siano personaggi molto importanti) come si possa legare la terapia del tossicomane esclusivamente alla Circoscrizione nella quale egli abita, perché l’empatia, fino a prova contraria, non è un attributo territoriale.

Se io tossicomane provo particolari vibrazioni per un medico o per uno psicologo o per un assistente o per una persona qualunque che abita all’altro capo della città, devo essere facilitato in ogni modo ad andare da lui; mentre attualmente il rapporto che passa, almeno a livello di terapia farmacologica, tra tossicomane ed operatore è un rapporto inquisitivo pazzesco, dato che la prima cosa che viene richiesta è il certificato di residenza, e, quindi, in un rapporto che è essenzialmente umano, interpersonale, di vibrazioni, di scambio di vibrazioni, si inserisce un fatto puramente burocratico, appunto il certificato di residenza, che raffredda immediatamente. (Segue alla pagina successiva >>)

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