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Lotta alla droga, dagli opposti estremismi alla terza via

Da: “Il Vecchio” quindicinale n. 1-2, settembre 1996
di Massimo Barra

Anche la lotta alla droga in Italia sembra obbedire alla vecchia e desueta teoria degli “opposti estremismi”. L’attuale dibattito, infatti, oscilla a pendolo tra i 2 poli dell’antriproibizionismo e del “proibizionismo redentoristico”, tanto che, nell’accezione dell’opinione pubblica, chi si dichiara contrario ad una delle due linee di tendenza viene subito catalogato come sostenitore della linea opposta, senza possibilità di sintesi intermedie. Io penso invece che entrambe le posizioni siano frutto di radicalizzazioni e che convenga percorrere una “terza via”. Gli antiproibizionisti, tutti tesi a dimostrare che non è la droga in sé il nemico da battere, ma il mercato illegale, sono portati inevitabilmente a sottovalutare l’effetto oggettivo delle sostanze.

Le modificazioni biochimiche dell’assuntore di eroina, la fame di sostanza, il piacere supremo che porta l’uomo e gli altri animali a ripetere una esperienza così gratificante, la dipendenza fisica (che è costante, oggettiva, riproducibile; che è fisica anche quando la chiamiamo riduttivamente psichica), non sono certo il portato del mercato o del prezzo! La “compatibilità” di chi faccia una vita normale, salvo assumere in maniera pulita e regolare eroina, è una pia illusione, al massimo la prima fase del rapporto con la sostanza che, dopo un tempo variabile, lascia inevitabilmente il campo alla incompatibilità della dipendenza totale.

Anche la eventuale “somministrazione controllata” di eroina, come pure di morfina, per via endovenosa, è in realtà una utopia, una contraddizione in termini, un concetto ragionieristico. Come può essere “controllato” un piacere assoluto? Come centellinare una sostanza non governabile? Come evitare il gap tra un atteggiamento terapeutico teso ad impedire il malessere e la voglia di piacere che ad ogni buco sposta la sua soglia in funzione della assuefazione? Ogni “somministrazione controllata” reitera il vero problema, contribuendo a scavare sempre di più un pozzo senza fine. L’eroina, ed il piacere che essa provoca, più ne hai, più ne cerchi; il limite si sposta sempre più in avanti fino a coincidere con l’overdose; è ingovernabile, non gestibile né dosabile. Non soggiace al bilancino del farmacista o del medico titolare del potere di “somministrazione controllata”.

Il consumo di una sostanza “buona”, cioé appetitibile e capace di dare piacere, è proporzionale alla facilità del suo reperimento. Per questo si mangiano più patate che caviale. Facilitare il reperimento di una droga, liberalizzandone l’uso, aumenta il numero dei consumatori, come insegnano l’alcool e il tabacco, non a caso le due sostanze induttrici delle dipendenze più diffuse nel mondo.

Quanto alla legalità, al potere e alla controllabilità delle multinazionali dell’alcool e del tabacco, siamo sicuri che queste multinazionali si comportino come Dame di San Vincenzo? Al polo opposto rispetto agli antiproibizionisti, si situano quanti identificano nella droga, cioè nelle sostanze, il primo e vero nemico da battere. A secondo delle diverse sensibilità, il tossicomane è considerato un deviante; un soggetto “con un problema in più”, secondo la definizione di Don Picchi, bella quanto priva di reale significato; un peccatore che ha voluto godere di un piacere proibito al genere umano e che pertanto va redento; un delinquente che attenta ai beni altrui; un nullafacente da rieducare ai normali ritmi produttivi. Se è vero, com’è vero, che chi si droga smetterà di farlo solo quando la somma algebrica del piacere e del dispiacere legato all’assunzione di sostanze darà segno negativo, tutto diventerebbe lecito ed auspicabile per enfatizzare il dispiacere.

Di qui l’attitudine punitiva di molti programmi terapeutici; il rigore assoluto di alcune comunità; il cacciare di casa; le umiliazioni; il comportamentismo selvaggio e a volte violento; il lasciare il tossicomane in balìa di se stesso fino a che non scenda a più miti consigli. Molti tossicomani hanno in passato subìto gli effetti irreversibili di tale attitudine. Quanta gente è “guarita” dalla droga per morire di epatite cronica o di AIDS, contratti quando erano stati messi alle strette a fin di bene? Quante overdosi sono state suicidi e non incidenti? Quanti genitori e quanti terapeutici si sono (a fin di bene?) comportati da aguzzini? Tutti presi dai loro dogmi, i “proibizionisti redentoristi” dimenticano che “ad impossibilia nemo tenetur”. Se vuoi, puoi, è il loro slogan.

Ma il tossicomane, fin quando è tale, non vuole, o non può, o, meglio ancora, non può volere. La “terza via” dovrebbe essere quella della riduzione del danno, dizione ormai politicante sputtanata in quanto ritenuta dai proibizionisti vicina ad ipotesi di liberalizzazione delle droghe. Il passare del tempo è un alleato e non un nemico della terapia, perché col tempo il fascino delle sostanze tende inevitabilmente a diminuire per assuefazione, nel mentre crescono le probabilità di riscoperta di alternative alla droga.

E’ ben diverso rapportarsi con chi è tutto preso dalla totalizzante esaustività dell’eroina, che ama alla follia in una luna di miele che non tollera incomodi, dal proporre stili di vita meno auto distruttivi a chi è giunto a maledire la sua condizione di tossico ed il momento in cui ha cominciato a drogarsi. La terapia deve tenere conto di questa realtà, assecondandola senza tentare di forzare la mano alla natura delle cose. Anche a pretendere sempre e comunque la disintossicazione come punto di partenza di ogni intervento, vuoi dire negare l’esistenza stessa della tossicomania, ponendo così le basi dell’insuccesso e della successiva cosiddetta ricaduta.

Fare riduzione del danno vuol dire allargare la sfera degli interventi. Vuol dire evitare l’irreparabile adattando le cure alle obiettive possibilità di reazione del malato di droga, in una strategia dove è la terapia che si adegua all’individuo e non viceversa, come spesso avviene in certe comunità affette da integralismo terapeutico dogmatico. Vuol dire anche farsi carico della situazione globale del paziente, della qualità della sua vita, della sua felicità o infelicità.

Vuol dire, insomma, saper attendere che il tempo faccia il resto, facendo terapia a tutto campo senza pregiudizi e soprattutto senza sputare sentenze come usano fare quelli che vogliono far credere ai gonzi di avere in tasca la ricetta della verità. Non c’è nulla di più cretino che considerare riduzione del danno e metadone di sinistra e redentorismo terapeutico di destra. Se il termine “riduzione del danno” turba per la sua accezione apparentemente rinunciataria e negativa, cambiamo terminologia, l’importante sono i contenuti. L’importante è farsi carico di tutti i tossicomani, non solo di quelli che già vogliono smettere.

L’importante è allargare la sfera degli interventi, con una strategia complessiva che sia realistica e non ipotetica, basata sui fatti e non sulle ambizioni. L’importante è poter usare tutti gli strumenti che la scienza mette a disposizione, e non sono tanti, senza dogmi o preclusioni. Chi è contro l’allargamento della sfera degli interventi, per inseguire il mito della disintossicazione ad ogni costo, è cattivo profeta e di fatto alimenta il “partito dell’ eroina”.

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