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La Comunità terapeutica tra funzione e struttura

Convegno “La società scomoda, tra integrazione ed emarginazione” Roma 1985

Quello della “Società scomoda, tra integrazione ed emarginazione” è un titolo che ben si addice alle tossicomanie giovanili, quasi un leit-motif dialetticamente ricorrente tanto nelle storie individuali che in quelle collettive. I primi fumatori di hashish in Italia alla fine degli anni 60, se è vero che si isolano da un contesto sociale disprezzato e deriso, cercano pur sempre un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Non a caso lo spinello è detto “joint” ed è fumato appunto “insieme”, nella speranza (o illusione?) vecchia quanto il mondo che la modificazione farmacologicamente indotta dello stato di coscienza serva a far star meglio l’uomo nella propria pelle ed a renderlo meno nemico del vicino. L’arrivo degli oppiacei ai primi degli anni 70, tronca bruscamente l’illusione di una nuova integrazione; quanto l’hashish, disinibendo, sembra favorire un nuovo modo di socializzare, tanto l’eroina a la droga della solitudine.

Chi si buca, nella prima fase della sua carriera tossicomanica, è perfetto ed onnipotente, ama la droga di un amore folle e totalizzante, non ha bisogno degli altri, non ha amici, se non quelli che gli procurano la roba e che è pronto a tradire e, a volte, finanche ad ammazzare, se questo può portare ad un aumento della sostanza oggetto d’amore.

Quando muore, è abbandonato da tutti, solo, in un giardinetto, nella sua macchina, nel cesso di un bar o di un ospedale. Se sopravvive, lo aspetta un “lungo cammino” in cui disperatamente ricercare un compromesso tra le sue esigenze di dipendente e quelle dell’universo dei “normali” , sempre estremamente critico e poco disposto a reinserire chi si è voluto isolare dal contesto sociale. E’ il “lungo cammino” della terapia, anch’esso costellato da un alternarsi continuo di emarginazione o di integrazione.

Terapia non vuol dire semplicemente “disintossicazione”, ma un concetto molto più vasto, in cui gli obiettivi devono andare al di là del puro superamento di una dipendenza fisica, posto che la cosiddetta ricaduta  in realtà l’andamento costante del fenomeno e non un “optional”, che potrebbe anche non verificarsi. Anzi, se tossicomane non è colui che si droga, stante che ci si può drogare anche in maniera sporadica o ricreativa, veramente “viziosa” e senza dipendenza totalizzante, ma chi in una data fase della sua esistenza è incapace di sopravvivere senza droga, la disintossicazione e basta è la negazione della malattia, la negazione, cioè, che possa esistere chi, disintossicato, è destinato a soccombere.

Terapia è dunque un concetto molto più vasto che ha a che fare con l’esigenza, primaria ed assoluta, di evitare l’irreparabile e che, come in ogni malattia, non può dimenticare che lo scopo di ogni intervento sanitario in senso lato è quello di aumentare la felicità e diminuire l’infelicità di chi sta male. Fare terapia dunque vuol dire imbarcarsi in un’avventura di lunga durata, in cui fasi di relativo benessere si alterneranno ad altre di disperazione assoluta, ma in cui il passare del tempo di per sé svolge un ruolo favorente o positivo, contrariamente a quanto possa sembrare a prima vista.

Il concetto di “guarigione” nelle tossicomanie giovanili è molto sfumato: se la droga è un sintomo di un malessere sottostante, non basta non assumere più droga per guarire, ancor più di come non basta sfebbrare per poter considerare superata una qualunque malattia infettiva. Se il soggetto che incontra la droga ne diventa dipendente perché sta male, e solo in una seconda fase sta male perché è diventato dipendente, togliere la droga non basta a superare il malessere di fondo, spesso clamorosamente evidente e manifesto, in termini di psicopatologia.

Se c’è chi, svezzato, si dissocia o sviluppa una dipendenza nuova dall’ambiente “terapeutico” e passa ad una assunzione non criminalizzata né criminalizzante, quindi più compatibile, di droghe legali, ovvero anche dopo anni di astensione, si ribuca perchè riaffiora il suo male di fondo, la terminologia della “guarigione” appare inadeguata, fino ad assumere i toni di una beffa.

Il problema della terapia quindi non è semplicisticamente ed univocamente legato all’assunzione o meno della sostanza illegale, ma è intimamente connesso allo star bene o allo star male dell’individuo, capace di smettere di drogarsi il giorno in cui il suo benessere gli consentirà di sopravvivere senza droga. Terapia allora vuol dire cercare “alternative”, intendendo per alternativa tutto ciò che consenta al soggetto di sopravvivere senza droga, di alzarsi al mattino con la coscienza, (o la speranza?) di avere qualcosa da fare per cui valga la pena di alzarsi, senza dover ricorrere allo scudo protettivo ed ovattato di una realtà irreale, farmacologicamente indotta.

Ecco perché se l’alternativa è un amore o un lavoro o un interesse qualunque od un superamento obbligato della propria incapacità a stare con gli altri, il passare del tempo agisce da involontario terapeuta, favorendo, anche in termini statistici di probabilità, le occasioni e gli incontri non legati alla droga. E se, contemporaneamente, lo charme della sostanza fatalmente diminuisce, tanto per un processo di assuefazione fisica quanto per l’insorgenza clamorosa e sempre meno governabile di aspetti negativi, quanto ancora per l’inevitabile declinare nel tempo di ogni “luna di miele”, sarà quindi più facile che l’alternativa acquisti un peso emotivo superiore a quello della sostanza, che allora, e solo allora, potrà essere accantonata.

C’è una formula fisica che ben riassume sinteticamente questo lungo processo, ed a PV=K, l’evidente constatazione, cioè, che il prodotto della pressione per il volume  costante. Se P è la esaustività totalizzante, la pressione cioè della droga e V lo spazio delle alternative, all’inizio di una tossicomania sarà assoluto e pressoché nullo.

Col tempo, inevitabilmente e naturalmente, P diminuisce e tende a crescere V. Fare terapia vuol dire catalizzare questa reazione, accelerare, cioè, non tanto e direttamente la caduta di P, ciò che deve avvenire coi suoi ritmi, quanto favorire l’aumento di V, cioè lo spazio delle alternative, e per questa via ottenere la diminuzione di quella P che ci indica l’attrattiva ed il vincolo della sostanza.
Terapia è dunque un processo lungo in cui gli shunts pur possibili, sono pericolosi, anzi dannosi, come è dannoso costruire una casa senza adeguate fondamenta, ed il cui motivo di fondo deve essere il processo di progressiva riscoperta di una compatibilità e di una integrazione più che la ricerca di una nuova etichetta da ex, dannosa, come dannose sono tutte le etichette.

In questo faticoso cammino di ricerca non esistono le certezze assolute, né le ricette “capaci di”, né i metodi validi per tutti, contrariamente a quanto pensa, illudendosi, un’opinione pubblica tanto preoccupata del fenomeno, da ricercare emotivamente ed istericamente una soluzione, costi quel che costi, dal mettere l’eroina dal tabaccaio, fino al suo esatto opposto, di portare tutti i drogati nell’isolotto isolato e salvifico di una comunità terapeutica. (Segue alla pagina successiva >>)

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