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Interroghiamoci in uno Stato che da assente diviene nemico

Da: “Sintesi” Periodico bimestrale dell’Associazione culturale “Esseaerre” di Agrigento Anno III – Numero 14 – Maggio 1997
Uno Zarathustra dell’amministrativo dice di si e propone contravvenzioni più sostenute per drogati ed alcolisti. Chi è il drogato? Ce ne parla Massimo Barra direttore della Fondazione Maraini di Roma

L’incontro di un individuo con una droga, cioè con una sostanza capace di modificarlo, può dar luogo ad una “dipendenza” che tanto più rapidamente si instaura quanto più la sostanza è forte e quanto più l’individuo è debole. Nella prima fase del rapporto, quando il soggetto si illude di gestire la droga (che anche fa parte del corpo!) di un drogato, il desiderio è brama, voglia matta, necessità irrefrenabile ed incoercibile, di fronte al quale tutto il resto diventa secondario ed insignificante.
E’ bisogno primario da soddisfare, come il mangiare e il bere. E’ compulsione che sfugge ad ogni possibilità di controllo, come un corto circuito che si sovrapponga fra bisogno, ideazione e azione. Per questo mi irrita sentir dire che chi ricade nell’eroina lo fa per “un fatto psicologico”, termine impreciso e inflazionato che penalizza la drammatica, ingovernabile, organica, fisicità del fatto. Se un cane vede il suo cibo preferito, gli viene l’acquolina in bocca.

Se il cane vede il cibo ed una luce rossa, gli viene l’acquolina in bocca. Se un giorno lo stesso cane, abituato a vedere cibo e luce, vede la sola luce rossa, ugualmente gli viene l’acquolina in bocca, come se avesse visto anche il cibo preferito. E’ il classico esperimento di Pavlov, alla base delle scoperte dei cosiddetti “riflessi condizionati”.

Allo stesso modo per un drogato la vista di una siringa vuota, il passare per una certa strada, l’incontrare “quelle” persone, il ritrovarsi in un ambiente significativamente legato ad un ricordo di droga, scatena una immediata reazione di desiderio che, se non soddisfatto, dà luogo ad un malessere fatto di sintomi di tipo astinenziale. Per questo il cambiar aria e ambiente è in genere un fatto positivo ed è una delle componenti del benessere che prova il tossicomane lontano da casa, in una comunità terapeutica o, semplicemente, in vacanza. Salvo risentirsi oppresso al momento di tornare indietro.

C’è una frase americana che dice: “once alcoholic, always alcoholic”, una volta alcolizzato, sempre alcolizzato. Questa frase, che rapportata alle droghe può essere letta come: “una volta drogato, sempre drogato”, merita una interpretazione e un chiarimento. Chi si è drogato è diverso da chi non si è drogato, ma questo non vuol dire che sia obbligato a continuare per tutta la vita l’assunzione di sostanze. E diverso come è diversa una persona che si è vaccinata rispetto ad una che non si è vaccinata.

Chi si è drogato ha sviluppato dei pattern ascendenti del suo sistema nervoso, ha creato, cioè, delle autostrade neuroniche legate alla sostanza, che non sono possedute da chi da quella sostanza non è mai stato dipendente. A lui basterà quindi poco per ritornare ad assumere droga. Sicuramente gli basterà di meno rispetto ad una persona che non si è mai drogata e non ha quei canali ascendenti privilegiati. La definizione della salute per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è quella di uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale.

L’assenza della salute si chiama malattia. Per questo il tossicomane è il prototipo del “malato” in quanto sta male tanto dal punto di vista fisico che da quello psichico che da quello sociale. Chi non riconosce che il tossicomane è un malato nasconde, come gli struzzi, la testa sotto la sabbia. Assomiglia a quel personaggio dei Promessi Sposi che negava l’esistenza della peste. E morì di peste.

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