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Eroina di Stato?

Da: “Tempo Medico” – Anno XL – n.3 del 4 febbraio 1998

A qualche tempo dalle dichiarazioni del procuratore generale della Cassazione, che tanto clamore hanno sollevato per la particolarità della carica e della sede istituzionale coinvolta, si può tornare a mente fredda sul tema della eventuale somministrazione di eroina ai tossicomani. Senza entrare nella diatriba politica tra proibizionismo e antiproibizionismo e senza condividere né la cattiveria degli uni, né le illusioni illuministiche degli altri, credo che il dubbio che si possa fare più di quanto sinora consentito, in tema di droga, sia legittimo. La tossicomania da eroina si comporta come una parabola con un inizio e una fine.

Lo stesso soggetto che prima è refrattario a qualsiasi intervento, perché non vuole smettere, non può smettere, o meglio non può volere, col tempo acquista una motivazione prima inesistente per una naturale e spontanea tendenza all’autoesaurimento del piacere indotto dalla assunzione di sostanze. Il problema della terapia, dunque, non è forzare la mano alla natura delle cose chiedendo l’impossibile, ma evitare che nel rapporto perverso e ingovernabile con la sostanza oggetto di amore, accada l’irreparabile: l’incidente, l’overdose, l’infezione irreversibile. Chi nei 10-15 anni di durata media della parabola si è curato, ha più probabilità di non morire e di superare alla fine la dipendenza rispetto a quanti sono abbandonati a se stessi.

E’ dunque un interesse primario della collettività conoscere, curare e tenere sotto controllo sanitario il maggior numero possibile di tossicomani. Per questo, alla originaria strategia del centro antidroga, sia esso una comunità terapeutica o un Sert, che attende il soggetto chiedere aiuto, ideammo e mettemmo in pratica già molti anni fa una più attiva strategia di ricerca del tossicomane incapace di superare la frustrazione insita nella richiesta di aiuto e in condizioni di dipendenza talmente esaustiva e totalizzante da non essere in grado nemmeno di ipotizzare la praticabilità di alternative meno pericolose e sconvolgenti. A questi soggetti, che sono poi gli stessi che in futuro saranno capaci di realizzare quanto al momento non possono volere, offriamo, come alternativa, centri a bassa soglia di accesso, in cui si è accolti anche senza essere drug free, e programmi a base di metadone.

L’esperienza ci ha peraltro dimostrato che il metadone, specie se dato poco e male come ancora avviene purtroppo in molti Sert condizionati dai malefici anatemi di alcuni opinion leader, non basta a evitare sempre il ricorso all’eroina nelle fasi di compulsività assoluta e condizionante, in cui il soggetto cerca il piacere del buco e non si accontenta di “stare normale” o “non male”, come il metadone riesce a farlo stare. In questi casi, allora, diamo siringhe nuove per prevenire infezioni, secondo quanto ormai raccomandato finanche dall’Organizzazione mondiale della sanità, pur sapendo che quelle siringhe non serviranno a guarnire il dolce con la panna o il pesce con la maionese, ma a iniettarsi una droga comprata a caro prezzo con i proventi di attività illecite, come lo spaccio, il furto, la prostituzione. Il dubbio allora che oltre alla siringa si possa offrire anche la sostanza appare legittimo, così come la certezza che una simile pratica, da svolgersi sotto stretto controllo medico in ambienti idonei e separati dalle altre istituzioni antidroga per evitare ingovernabili e dannose commistioni, inciderebbe significativamente sul sommerso, portando allo scoperto e quindi controllando meglio la patologia tossicomanica e il relativo indotto criminale, frutto non dell’eroina in sé ma delle pratiche necessarie al suo procacciamento.

Altrettanto legittimo, d’altro canto, appare il dubbio che tale “aggancio” del tossicomane da strada o dei tanti che hanno fallito ogni precedente tentativo di cura sia in realtà più un’arpionatura irreversibile che un aggancio. Le recenti evidenze sperimentali sugli animali, peraltro, ci dimostrano quanto il contesto sia importante per il piacere e che pari dosi di eroina non producono gli stessi effetti in due topi, se cambia il ruolo giocato dagli stessi in rapporto con la sostanza, con un maggiore piacere di chi si procura attivamente la droga rispetto a chi la riceve passivamente. Credo che una sperimentazione seria, priva di pregiudizi ideologici, sia l’unico modo per dirimere questi e tanti altri dubbi e incertezze che ci vengono in mente.

A condizione che l’obiettivo finale di ogni pratica nuova sia, oltre al miglioramento della qualità della vita del tossicomane e della collettività il superamento definitivo e sempre possibile di ogni forma di dipendenza.

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