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Droga e società

Atti del seminario sulle tossicodipendenze Febbraio 1979 Comune di Pietrasanta
– Assessorato alla Cultura – Biblioteca Comunale

Relazione MASSIMO BARRA – Centro antidroga del Comune di Roma

Siccome io quando comincio a parlare vado a ruota libera, pregherei il prof. Marrocco di dirmi quand’è il momento di interrompermi perché, se no, andiamo avanti fino a domani mattina e non vi voglio angosciare eccessivamente. E permettetemi prima di cominciare questa relazione di ringraziare gli organizzatori, perché forse voi vedrete solamente l’ultima fase del convegno, del seminario, però questo seminario è cominciato tre mesi fa quando sono cominciate ad arrivare le prime telefonate, le prime lettere, e devo dire che, dato che in Italia niente funziona, e siamo tanto depressi perché tutte le strutture pubbliche fanno schifo, l’organizzazione di questo seminario è stata un miracolo di precisione, di puntualità e di efficienza tanto che sembra di stare in Svizzera e non in Italia.
E questo va ad onore veramente, dell’organizzazione perché tutte le comunicazioni sono sempre arrivate con una cortesia, con una puntualità e una precisione alla quale non siamo abituati frequentando questi seminari e questi incontri di cui se ne organizzano tanti. Quindi mi sembra che partiamo con il piede giusto.

E poi vi devo dire una mia difficoltà, abbiamo sentito è vero 100 studenti, 50 medici… la difficoltà è fare una relazione che vada bene per tutti. Perché se diamo per scontate certe cose, probabilmente deprimiamo alcuni ascoltatori, se non le diamo per scontate, ci sono delle grosse difficoltà, quindi io ho fatto qualche cosa che spero possa andare bene per tutti, siccome in genere mi piace fare relazioni “ruspanti”, in modo che siano intendibili da tutti, prego le persone che conoscono già queste cose di non considerarsi troppo depresse nel doverle ora risentire.

Chiaramente la mia introduzione risente anche delle situazioni locali, che sono diverse a Roma da quelle che sono a Pietrasanta. Devo dire che per certi aspetti state meglio voi perché, tante cose che qui sono lecite e possibili da noi non sono lecite né possibili. Perché questo argomento, disgraziatamente, viene sempre affrontato politicamente e solo politicamente, quindi quello che dice una parrocchia deve essere matematicamente contrastato con quello che dice la parrocchia opposta, e tutto quello che magari diventa lecito nella Regione Toscana, è illecito nella Regione Lazio.
Tutto quello che è segno di progressione e di evoluzione in Toscana, nel Lazio diventa segno di essere reazionari e oppressori. Ecco quindi io vorrei invitarvi a non affrontare questi problemi solo in termini di appartenenza esclusivamente a questa o a quella parrocchia, non foss’altro per rispetto all’elemento più debole di tutto questo sistema che è il tossicomane, che è quello che paga poi le conseguenze delle nostre disquisizioni accademiche e delle nostre presunzioni.

Direi che, se voi ci fate caso, qualunque struttura che intenda operare nel campo della tossicomania nasce con un peccato originale, si porta appresso una serie di maledizioni che probabilmente sono le maledizioni che si porta appresso il tossicomane, che ha mangiato la mela del bene e del male nel momento in cui si è bucato la prima volta, cioè ha voluto essere onnipotente e evidentemente questa onnipotenza, questo suo essere superiore, questo suo identificarsi con la divinità che gli da il buco di eroina, non era consentito al genere umano, quindi tutta la sua vita non sarà altro che un calvario, un pagare di persona questa maledizione iniziale.

La identificazione del tossicomane con Adamo che mangia la mela del bene e del male, non è mia ma di Olievenstein che è uno psichiatra francese che ha creato un grosso centro a Parigi, l’Ospedale Marmottan per la cura delle tossicomanie. Però mi sembra che renda assolutamente l’idea. E tutti quelli che vengono a contatto con i tossicomani si portano appresso una parte di questa maledizione. In fondo, se voi ci pensate bene, un radiologo, un ostetrico, un ginecologo, un qualunque medico specialista gode di un sua elevata rispettabilità.

Il medico che si occupa specialisticamente dei problemi del tossicomane, non dico che è un emarginato, ma quanto meno è uno di serie B dal quale bisogna sempre diffidare, perché, forse, è quello che gli passa la droga gratis, le ricette sotto banco, senza pensare che se il medico è in buona fede farà tutto quello che deve fare secondo scienza e coscienza, per l’interesse del suo paziente, indipendentemente se il suo paziente è un cardiopatico o è un tossicomane.

Ecco, noi siamo abituati a ragionare per questa malattia, in termini classici dividendo le tre fasi dell’intervento terapeutico, dell’intervento sanitario, socio-sanitario nei confronti della malattia, nelle tre categorie classiche della prevenzione, della terapia e della riabilitazione, che nel caso della tossicomania prende il nome di reinserimento. Orbene, io dico che questo mi sembra essere un pò un nostro schema mentale, una abitudine alle malattie classiche, e che in realtà, nel caso della tossicomania, tale distinzione cosi drastica non può esistere, in quanto i tre momenti si intersecano fra loro, come le tre facce di uno stesso processo.

E anzi se volessimo andare più in profondità, se volessimo distinguerli anche in funzione del tempo, dovremmo riconoscere che la riabilitazione e cioè il reinserimento è la condizione indispensabile, prioritaria per ogni terapia, perché è perfettamente inutile svezzare, chi non ha nessun valido motivo per vivere senza l’involucro protettivo della “roba”, e anzi senza di questo è destinato a soccombere. Non è solamente il buco in sé che è cattivo, o la modificazione farmacologica, indotta dalle differenti sostanze, ma sono le cause, le concause individuali, familiari, ambientali o sociali che in diversa percentuale intersecandosi tra loro in ciascun individuo determinano il perpetuarsi dello stato di dipendenza; superare tali concause è prioritario per la terapia che quindi deve intersecare e non precedere, quasi fosse tutt’altra cosa, questo lungo processo che impropriamente chiamiamo reinserimento.

Ecco, di che cosa ci siamo convinti osservando il fenomeno della tossicomania in questi ultimi cinque anni? Io vengo da un centro che è stato il primo centro in Italia, il centro antidroga di Roma che ha pagato pesantemente il fatto di essere il primo centro in Italia. Già cinque anni fa noi avevamo il contatto con i tossicomani, e cinque anni fa noi non sapevamo niente, poi, dico, anche a essere scemi, a forza di stare a contatto con il paziente questo ci trasmette le sue ansie, le sue angosce, quindi ci siamo fatti una nostra filosofia del fenomeno non letto sui libri ma vissuto direi di persona di giorno e molte volte anche di notte.

Ecco, di questa tossicomania giovanile ci siamo convinti che è una malattia nuova, che ha poco o niente a che vedere con la patologia classica ed anche con le tossicomanie del passato, per almeno due motivi: innanzi tutto per la rilevanza non fondamentale dell’aspetto fisico. Noi siamo abituati ad esaltare ad enfatizzare la sindrome di astinenza quella che a Roma si chiama la rota, stare a rota significa stare in astinenza. (Segue alla pagina successiva >>)

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