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Demitizziamo le comunità terapeutiche

Da: “Sintesi” Periodico bimestrale dell’Associazione culturale “Esseaerre” di Agrigento Anno III – Numero 13 – Marzo 1997
di Massimo Barra

Quando si parla di droga, i toni del dibattito sono sempre accesi e polemici. Cionondimeno l’esperienza acquisita in questi ultimi 20 anni di esplosione epidemica del fenomeno nel nostro Paese ci permette una serie di considerazioni che è bene diffondere, anche per informare correttamente un’opinione pubblica turbata e confusa dai tanti, troppi che predicano convinti di avere in tasca la ricetta della verità. Purtroppo non è affatto vero, come ancora pensa la maggioranza degli italiani, che la soluzione del problema sia l’avvio dei tossicomani in una comunità terapeutica, utile solo in una minoranza di casi e limitata rispetto all’ampiezza ed alla complessità del problema.

Proviamo allora a fissare alcuni punti che è bene tenere in mente per adeguare i comportamenti singoli e quelli collettivi a tale riconosciuta complessità:

  1. Non esiste il metodo, unico perché super efficace, che, da solo, sia capace di “guarire” un tossicomane;
  2. Ogni drogato è diverso dall’altro e richiede un’attenzione particolare;
  3. Ogni tossicomane è diverso anche da se stesso in funzione del tempo che passa e che si accompagna a profonde modifiche del rapporto individuo-sostanza, da una prima fase di “luna di miele” quando la droga è tutto per lui e nessuna forza umana è in grado di sottrarlo al suo onnipotente oggetto d’amore, a una seconda fase di ambivalente amore-odio dove gli aspetti apparentemente positivi e gratificanti della sostanza sono controbilanciati da altrettanti aspetti negativi legati al meccanismo dell’assuefazione e della dipendenza ed al costo, umano oltre che economico, sempre crescente della sostanza, fino ad un terzo e finale periodo di odio franco per la droga, quando, dopo 10-20 anni di abuso, ciascun tossico maledice il momento dell’inizio ed appare molto più disponibile a smettere di quanto non fosse in precedenza, il prezzo della sua tossicomania essendo troppo alto e per lui intollerabile.
    Se questo è vero, la terapia è dunque un “lungo cammino” da percorrere insieme, tossicomane e quanti per un verso o per l’altro, terapeuti, amici, volontari, familiari, tentano di aiutarlo;
  4. Occorre privilegiare l’intervento “a rete”, vale a dire la creazione di tutta una serie di occasioni terapeutiche diversificate, sia per modalità operative, sia per collocazione topografica o istituzionale, possibilmente integrate e collegate fra di loro con tutta una gamma di interventi capaci di dare una risposta immediata, anche se parziale, a ciascun tossicomane sia motivato sia non motivato a smettere, sia in “luna di miele” sia nella fase di odio della sostanza, sia libero sia imprigionato, che abbia bisogno di metadone o no, che abbia bisogno di ricoveri ospedalieri o no, che abbia bisogno di una comunità terapeutica o di un centro diurno, o di cambiare il suo ambiente di vita, o che abbia semplicemente bisogno soltanto di una siringa sterile per iniettarsi la droga senza prendere altre malattie ancora più pericolose della droga stessa ai fini della sopravvivenza, quando la motivazione a smettere è inesistente e non c’é alcuna alternativa praticabile al non intervento;
  5. Bisogna evitare di concentrare tutti gli sforzi solamente in favore dei soggetti ben disponibili e motivati a smettere il loro rapporto con la droga e agire terapeuticamente anche in favore degli “altri” nei casi apparentemente senza soluzione di quelli che hanno voglia, in ogni caso, di continuare ad essere tossicomani, di quelli che non possono, non vogliono o non possono volere smettere, essendo l’interesse dello Stato e della collettività di raggiungere in ogni caso il più gran numero possibile di consumatori di droga.
    Se il tossicomane che vuole smettere è una mina vagante, quello che non lo vuole è una mina vagante due volte. E’ bene in ogni caso che tutti abbiano ben chiaro in testa che non esiste nessuna tossicomania, per quanto antica o sgradevole e totalizzante, che non possa essere sorpassata e che anche nei casi più difficili e apparentemente senza alcuna speranza si possono verificare delle sorprese grandi e imprevedibili;
  6. Bisogna sempre ricordarsi che il drogato è un personaggio scomodo, costantemente in equilibrio tra la vita e la morte, depresso sia avanti che dopo il suo incontro con la droga, con un’immagine di se fortemente negativa e parzialmente prodotta dalla serie allucinante di messaggi depressi e depressogeni che gli sono quotidianamente indirizzati sia dalla famiglia sia dagli amici, sia, spesso, anche dagli ambienti terapeutici con l’illusione che un appello logico e razionale alla miseria della sua esistenza possa rappresentare uno shock salutare ed una spinta capace di far modificare il suo stile di vita: illusione questa pericolosa, perché il fatto di continuare a drogarsi affonda le sue radici nel terreno fertile della dipendenza ed è insensibile alla logica ed alla razionalità, per cui il messaggio depressogeno invece di rappresentare uno slancio per la risurrezione si trasforma in ulteriore elemento di un circolo vizioso in cui depressione si aggiunge a depressione e la droga sembra di più in più la sola amica capace di riconsolare e riconfortare.
  7. Soltanto il tossicomane potrà vincere la sua battaglia con l’eroina quando abbandonerà il suo grande oggetto d’amore una volta che gli aspetti negativi della droga avranno, con il tempo, superato gli aspetti positivi. Non bisogna quindi lasciarsi prendere dall’ansia del “prodotto finito” e del tutto e subito, il tempo che passa essendo nostro alleato e non nostro nemico. Al contrario, bisogna essere consapevoli che la terapia del tossico deve tendere, oltre che al definitivo abbandono dell’uso delle sostanze, a degli obiettivi parziali e limitati, quali il cambiamento dello stile di vita, il superamento dei comportamenti delinquenziali, l’inizio o la prosecuzione delle attività lecite di lavoro, una vita effettiva normale e non legata ad obiettivi ad essa estranei quale il procurarsi la droga.
    Ogni intervento terapeutico deve porsi il problema della qualità della vita del tossicomane diminuendo, nella misura del possibile, il suo malessere. Deve avere per scopo di conservare la sua salute nel senso più ampio del termine, anche nei periodi nei quali il soggetto continua ad usare droghe essendo assurdo il “guarire” il tossicomane dalla sua dipendenza e vederlo morire a distanza di qualche anno, di una qualche malattia, magari contratta a causa della sua tossicomania.

Massimo Barra
Direttore della Fondazione “Villa Maraini” di Roma

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