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Colloquio internazionale su AIDS e droga

PARIGI Assemblea Nazionale Facoltà di Medicina Dicembre 1988

In Italia al 30 Novembre 1988 il numero di casi di AIDS conclamato era di 2835. Di questi ben il 67% sono tossicomani, il che pone il nostro paese al primo posto nel mondo nel rapporto tra assuntori di droghe per via endovenosa ed altre categorie a rischio per quanto riguarda lo sviluppo di una sieropositività o di una malattia conclamata.

Questo dato sta ad indicare l’ampiezza della tossicomania in Italia, letteralmente esplosa agli inizi degli anni ’70 e progressivamente cresciuta tanto per numero di assuntori quanto per l’allarme sociale da questi indotto: proprio in questi giorni il governo ha presentato un progetto di legge che, ribadito l’assoluta illiceità del drogarsi, appare meno tollerante e disponibile di quanto non fosse la precedente legge del 1975 nei confronti dei tossicomani, sull’onda emotiva di un’ opinione pubblica allarmata e stanca di contare gli effetti criminali prodotti da un così esteso numero di consumatori di droghe. Se calcoliamo in 250.000-300.000 il numero dei tossicomani da droghe pesanti, non siamo in grado di stimare, nemmeno approssimativamente, quanti utilizzino saltuariamente sostanze, illegali o legali che siano, da cui sviluppare una maggiore o minore dipendenza.

Se nero è il tossicomane assuefatto e dipendente dalla sostanza, cioè il soggetto che non si limita a drogarsi ma che è incapace di sopravvivere senza droga in quella data fase della sua esistenza, e bianco è l’assuntore occasionale, sporadico, ricreativo, puramente vizioso perchè non presuppone una necessità e una dipendenza, ma solo una voglia, in mezzo esiste il grigio, con una serie infinita di sfumature di difficile quantificazione numerica.

Anche tra il sieropositivo, bianco, e l’ammalato di AIDS, nero, esistono molte tonalità di grigio alle quali sempre più frequentemente assistiamo con asintomatici che cominciano a presentare qualche segno ematologico allarmante (inversione del rapporto tra linfociti T helper e T suppressor, diminuzione del numero delle piastrine) o con sieropositivi che iniziano ad ammalarsi e per questo sono sottoposti alla terapia con AZT.

La situazione di ansia che deriva da questo stato è elevata tanto da far rimpiangere il tempo in cui la tossicomania era considerata il problema principale cui far fronte. Come sempre, l’atteggiamento dei tossicomani di fronte all’imminente pericolo di AIDS è un misto di incoscienza e consapevolezza, di fatalismo e di preoccupazione, di rassegnazione e di allarme: chi è abituato a rischiare ogni giorno la morte per poter continuare a vivere non reagisce al pericolo secondo gli standards della maggioranza dei cosiddetti normali.

La consapevolezza di una sieropositività può indurre una depressione tale da considerare l’eroina l’unico rimedio accettabile, o, al contrario, può provocare comportamenti di maggiore attenzione verso il proprio corpo e di precauzione nell’uso di siringhe. Le due condizioni, negativa e positiva, distruttiva e costruttiva, possono coesistere anche nello stesso soggetto, a seconda del momento o della fase del suo rapporto con la droga.

L’insieme peraltro delle problematiche psicologiche indotte dall’infezione HIV lascia nell’insieme delle nostre strutture antidroga un’ombra nera di rassegnazione e di depressione di cui stiamo vedendo solo l’inizio e delle quali non possiamo non tenere conto, anche per quanto riguarda la preparazione morale degli operatori: tale clima di sfiducia di fronte all’ineluttabile pu˜ rappresentare un ulteriore contributo al burn-out specie in chi affronti alla leggera e senza la preparazione al peggio che dovrebbe caratterizzare le professioni sanitarie un fenomeno che di giorno in giorno si manifesta come terribilmente complesso e ricco di implicazioni le più svariate.

Se 250.000-300.000 sono i tossicomani italiani, si calcola in 150-200.000 il numero dei sieropositivi complessivi nel nostro paese, di cui 125-150.000 tossicomani, pari al 50% dei drogati stimati con un incremento vertiginoso del 100% annuo negli ultimi 2-3 anni ed il prevedibile prossimo raggiungimento di una saturazione attorno ai livelli del 80% dei drogati, analogamente a quanto avvenuto per l’epatite B alla fine degli anni ’70.

Essendo peraltro il tasso di trasformazione in AIDS tra i sieropositivi tossicomani molto elevato (tra il 5 e il 10% l’anno) il numero di casi di AIDS conclamato tenderà ad aumentare progressivamente per alcuni anni. Le più recenti stime parlano per l’Italia di 11.000 ammalati alla fine del 1989, 27.000 nel 1990 e addirittura 125.000 nel 1992, con una percentuale di tossicomani che dall’attuale 67% solo dopo il 1990 comincerà a scendere rispetto alle altre categorie a rischio e soprattutto rispetto alle fasce non a rischio della popolazione che, dopo tale data conoscerà un incremento esplosivo di casi rispetto a quelli attuali, tuttora limitatissimi. Queste cifre imponenti comportano la creazione di 10.000 nuovi posti-letto ospedalieri oltre la moltiplicazione di forme alternative di assistenza e terapia, quali day-hospitals, case-famiglia, alloggi protetti ed altro, sulle quali è iniziata la mobilitazione delle fasce più sensibili e disponibili della società italiana, anche se tra grandi difficoltà di comprensione e di accettazione da parte della maggioranza che ancora ritiene l’AIDS un problema degli altri ed una minaccia incombente alla propria integrità.

La recente annunciata apertura a Roma di una casa per 9 malati terminali ha suscitato una violenta reazione del quartiere, allo stesso modo in cui venti anni fa venivano ostacolati e boicottati i centri antidroga, ritenuti dai benpensanti elementi di disturbo e di sovversione dell’ordine costituito. E’ prevedibile peraltro che la tradizionale grande forza del volontariato sia di ispirazione cattolica che laico riuscirˆ a ripetere in Italia il successo con cui ha operato nell’imporre, anche nelle fasce più retrive e conservatrici della societˆ, l’accettazione dell’obbligo all’assistenza ai tossicomani, estendendola ai sieropositivi ed ai malati di AIDS. Grazie allo sforzo ed al potere di queste organizzazioni l’Italia può vantare un sistema antidroga di avanguardia nel mondo, basato su di unÕoriginale concezione bipolare pubblica e privata, in cui l’intervento pubblico si è fatto carico della terapia farmacologica con l’istituzione in tutte le unità sanitarie locali di un centro per la terapia metadonica, ed il privato ha costituito una rete di comunità terapeutiche efficacissime cui avviare i soggetti ben disponibili a cambiare stile di vita.

In altri termini e con una certa dose di approssimazione il pubblico si è fatto carico dei soggetti non motivati e per questo pi gravi ed ammalati, il privato di quelli ben motivati, spesso gli stessi soggetti che in una fase precedente erano sopravvissuti alla loro dipendenza proprio grazie alle terapie farmacologiche. E’ prevedibile che tali energie, già impegnate nel settore e continuamente sollecitate ad operare da un’opinione pubblica sensibilizzata ed allarmata dalle dimensioni del fenomeno droga, siano in grado di ripetere, anche nel settore dell’assistenza ai malati di AIDS, la rete di occasioni terapeutiche valide già costituite, dal nulla, per i tossicodipendenti. (Segue alla pagina successiva >>)

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