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Bridge the gap

Da: “Animazione Sociale”, mensile per gli operatori sociali – Gruppo Abele – Febbraio 2000.
Di Massimo Barra

Chi scrive ha passato più della metà della sua speranza di vita in ambienti, come la Croce Rossa e Villa Maraini, a vario titolo impegnati nell’azione sociale. Ha quindi avuto tutto il tempo per constatare di persona quante sfaccettature, ma anche quanti aspetti contraddittori o francamente antitetici, si nascondano sotto tale etichetta.

Senza essere manichei e dividere il mondo in buoni e cattivi, e avendo bene in mente la costante predominanza del grigio, tra il bianco e il nero, credo di poter dire, avendoci lavorato, che alcuni aspetti della Croce Rossa sembrano essere il concentrato di un’azione sociale vecchia, calata dall’alto, paternalistica, che non produce né evoluzione né sviluppo. Ricordo la signora impellicciata che versava la minestra calda ai terremotati siciliani nel 1968, alla stazione Termini di Roma, ma anche quell’altra che negli stessi anni lavorava per migliorare le condizioni di vita dei baraccati della Torraccia, perché così non si sarebbero ribellati contro i “padroni”.

Sul medesimo piano mi sembrano essere tanti operatori sociali dei servizi pubblici garantiti da uno stipendio sicuro e indipendente dalla produttività, incapaci di qualsiasi rapporto interpersonale che non sia mero formalismo, barricati dietro le loro scrivanie e le tante circolari capaci di giustificare ogni colpevole inazione. La burocrazia è uno spazio dell’anima più che un insieme di prassi e di norme. E’ il connettivo che strangola e sostituisce il tessuto specifico, annullando la funzione dell’organo istituzionale. Ed è anche una delle forme più raffinate e perverse di violenza inapparente, di chi vuole conservare lo status quo e i suoi privilegi.

Con questa certezza Benard Kouchner, attuale amministratore del Kosovo, ha abbandonato a suo tempo la Croce Rossa francese per creare “Medecins sans frontieres” con questa certezza nascono Sant’Egidio, il Gruppo Abele e Villa Maraini, insieme alle tante esperienze della galassia del non profit. Prendersi cura è diverso da curare. Implica la disponibilità a prendere a cuore la situazione da affrontare e la volontà di costruire un’alleanza tra i soggetti a vario titolo coinvolti. Ma perché ciò sia possibile, è necessario innanzitutto non considerare tali soggetti come semplici destinatari di attenzioni più o meno disattente, sgualcite, ruotinarie, o anche efficaci, ma che comunque passivizzano, rendendo la persona oggetto e non soggetto attivo del proprio riscatto, della propria autonomia, della propria presa di coscienza. Lo vediamo spesso con persone che sono state dipendenti da sostanze e che, superata la dipendenza, possono rappresentare una riserva enorme di energie e diventare agenti formidabili di terapie, di cambiamento, di promozione della salute.

Sono ormai centinaia le persone con una storia di dipendenza che hanno iniziato a operare insieme a noi nelle nostre strutture terapeutiche a favore di chi è ancora in situazioni di difficoltà. L’inserimento in uno staff fatto di professionalità diverse funge da catalizzatore e da stimolo per un cambiamento che, a volte, ha del clamoroso. Se l’occasione fa l’uomo ladro è vero anche il contrario: l’occasione e il contesto possono diventare formidabili agenti di acculturazione e di professionalità, che dal singolo si estende alla famiglia e all’ambiente circostante in un circolo virtuoso che si sostituisce ai pregressi circoli viziosi.

In questo senso, la multidisciplinarietà paga. Soprattutto se è la multidisciplinarietà di cui sono portatori questi mediatori culturali, senza i quali è impensabile affrontare determinati tipi di emergenze, come l’AIDS, la tossicomania, la marginalità di tanti extracomunitari. E’ con il loro contributo che è forse possibile bridge the gap, come dice lo slogan dell’ultima conferenza mondiale sull’AIDS. Il mediatore culturale è l’operatore capace di fare da ponte, il trait d’union senza il quale ci si infrange in un muro contro muro, nell’incapacità di capire situazioni e persone. Per questo motivo parlo di una professionalità nuova.

Lo slancio, l’entusiasmo, l’impegno e l’efficacia con cui lavorano questi operatori deve contagiare i professionisti. Personalmente, inizio a essere stufo di operatori sociali che sono in perpetuo burn-out, che soffrono della propria impotenza, ma che non fanno niente per migliorare la situazione e soprattutto non rischiano in prima persona, si adeguano, si adagiano, stanno bene nel proprio ruolo. Come ci si può opporre a tutto questo? Dal mio punto di vista, solo con la forza della motivazione, con la preparazione.

Quando dico preparazione intendo dire preparazione morale, ossia la capacità di mettersi in discussione, di andare controcorrente, di affrontare delle battaglie. L’operatore sociale deve fare delle battaglie. Se si adegua, se si rassegna, diventa egli stesso un elemento di violenza, di tacitazione della situazione, di non reazione. Ma questa è una contraddizione in termini. Occorrono un nuovo linguaggio e un nuovo modo di porsi nei confronti dell’altro. Tutto ciò costa fatica non tanto per le cose da fare quanto per la tensione morale e la partecipazione che necessita; ma ne vale la pena. Se la pratica è sempre più importante della grammatica, nel lavoro sociale la consistenza morale è tutto, veramente tutto.

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