Servizi

Un lungo cammino

Da: “Cultura Professionale” 1990
L’affrancamento dalla droga senza comunità terapeutica
Si impone il rafforzamento del servizio pubblico perché solo un soggetto su cinque trova spazio nella comunità

Da un lato il senso di una profonda frustrazione per le “disattenzioni” e le difficoltà in cui vengono lasciati soli a operare: locali spesso inadeguati, carenze di organico, accentuato ricambio, trattamento economico e normativo scandaloso, assenza di un budget operativo di pronta utilizzazione, senza doversi impantanare nei meandri di lunghi e a volte infiniti iter burocratici; dall’altro la consapevolezza, in alcuni casi l’orgoglio, dell’importanza e insostituibilità sociale della propria azione. Questi i sentimenti ambivalenti più diffusi tra gli operatori dei servizi pubblici di assistenza ai tossicodipendenti.

Quindici anni di confronto duro in prima linea con le vittime della droga hanno creato una cultura di chi lavora in questi servizi che è lontana dalle oleografie e le favole di cui si nutre ancora un’opinione pubblica alla disperata ricerca di rassicuranti certezze. Una cultura consapevole che se è difficile curare tossicomani ben motivati a smettere, è ancora più difficile intervenire in quanti non hanno raggiunto tale motivazione; che se per i primi la comunità terapeutica può rappresentare un’ottima soluzione per i secondi, ben più numerosi, la CT serve a poco e bisogna inventare, giorno dopo giorno, una strategia d’intervento a tutto campo, senza escludere il ricorso ai farmaci, primo fra tutti il metadone di cui tanto e tanto a sproposito si è parlato: un farmaco che ha la disgrazia di essere giudicato più secondo le impressioni e gli anatemi di preti, contesse, guaritori e benpensanti che non per una seria valutazione scientifica di medici e farmacologi.

Le cifre del Ministero dell’Interno parlano chiaro: per ogni soggetto in CT ce ne sono cinque che frequentano il servizio pubblico. E gli stessi ragazzi ricoverati in comunità, nella maggior parte dei casi, non avrebbero raggiunto lo stadio, già avanzato, della disponibilità ad entrarvi, se non avessero ricevuto le cure farmacologiche al servizio, che spesso hanno rappresentato l’unico antidoto alla disperazione e il sistema per non dover morire. Così, l’affrancamento dalla droga quando avviene e permane, è la risultante di tutti gli interventi del “lungo cammino” della terapia e non solo dell’ultimo in ordine di tempo che rappresenta la punta di un ben più ampio lavoro ai fianchi.

Se quanto sopra esposto corrisponde al vero, ne consegue che il rafforzamento dei servizi rappresenta più delle discussioni accademiche e di principio, una delle priorità di un sistema di sanità pubblica che non voglia essere cattivo verso i suoi figli più disgraziati. Perché ciò avvenga si possono ipotizzare alcune iniziative. Apertura di alcuni centri 24 ore al giorno, anche per evitare che disperati allo sbando mettano a dura prova i pronto soccorso degli ospedali caricandoli di oneri impropri; superamento della logica del “territorio selvaggio”, causa di quello che Olievenstein chiamò “nuovo feudalesimo dell’igiene mentale” con servizi detentori di un pacchetto rigido di utenti obbligati a frequentarli indipendentemente dall’adeguatezza o efficienza dell’assistenza prestata, con liberalizzazione effettiva del diritto di libera scelta del medico e del luogo di cura su base di empatia e di fiducia e non burocratico-territoriale prefissata.

E ancora: razionalizzazione dei trattamenti metadonici, alla luce delle esperienze internazionali e delle indicazioni, chiaramente espresse, del Ministero della Sanità, senza preconcetti o preclusioni neanche per terapie protratte o di mantenimento, semplificazione e sburocratizzazione delle prassi e degli approcci; possibilità di utilizzo dei fondi “a pronta cassa” (se è possibile per i servizi segreti non si vede perché non debba esserlo per i centri antidroga), valorizzazione delle professionalità impegnate e riconoscimento delle responsabilità e dei compiti di direzione; potenziamento delle terapie a base di antagonisti; aggiornamento permanente degli operatori e “strategia dell’attenzione” per il loro equilibrio psico-fisico, spesso messo a dura prova, con iniziative, anche atipiche, volte al miglioramento della loro igiene mentale; maggior rispetto e considerazione di politici e amministratori, magari con qualche visita di ministri o assessori che non è detto debbano versare lacrime solo nelle comunità private.

Massimo Barra

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