Servizi

Servizi Pubblici Antidroga

Febbraio 1990

Da un lato il senso di una profonda frustrazione per le “disattenzioni” e le difficoltà in cui vengono lasciati soli ad operare: locali spesso inadeguati, carenze di organico, accentuato ricambio, trattamento economico e normativo scandaloso, assenza di un budget operativo di pronta utilizzazione, senza doversi impantanare nei meandri di lunghi e a volte infiniti iter burocratici; dall’altro la consapevolezza, in alcuni casi l’orgoglio, dell’importanza ed insostituibilità sociale della propria azione.

Questi i sentimenti ambivalenti più diffusi tra gli operatori dei servizi pubblici di assistenza ai tossicodipendenti. Quindici anni di confronto duro in prima linea con le vittime della droga hanno creato una cultura di chi lavora in questi servizi che è lontana dalle oleografie e le favole di cui si nutre ancora un’opinione pubblica alla disperata ricerca di rassicuranti certezze.

Una cultura consapevole che se è difficile curare tossicomani ben motivati a smettere, è ancora più difficile intervenire in quanti non hanno raggiunto tale motivazione; che se per i primi la comunità terapeutica può rappresentare un’ottima soluzione, per i secondi, ben più numerosi, la CT serve a poco e bisogna inventare, giorno dopo giorno, una strategia d’intervento a tutto campo, senza escludere il ricorso ai farmaci, primo fra tutti il metadone di cui tanto e tanto a sproposito si è parlato: un farmaco che ha la disgrazia di essere giudicato più secondo le espressioni e gli anatemi di preti, contesse, guaritori e benpensanti che non per una seria valutazione scientifica di medici e farmacologi.

Le cifre del Ministero dell’Interno parlano chiaro: per ogni soggetto in CT ce ne sono 5 che frequentano il servizio pubblico. E gli stessi ragazzi ricoverati in comunità, nella maggior parte dei casi, non avrebbero raggiunto lo stadio, già avanzato, della disponibilità ad entrarvi, se non avessero ricevuto le cure farmacologiche al servizio, che spesso ha rappresentato l’unico antidoto alla disperazione ed il sistema per non dover morire. Così l’affrancamento dalla droga, quando avviene e permane, è la risultante di tutti gli interventi del “lungo cammino” della terapia e non solo dell’ultimo in ordine di tempo che rappresenta la punta di un ben più ampio lavoro ai fianchi.

Se quanto sopra esposto corrisponde al vero, ne consegue che il rafforzamento dei servizi rappresenta, più delle discussioni accademiche e di principio, una delle priorità di un sistema di sanità pubblica che non voglia essere cattivo verso i suoi figli più disgraziati. Perchè ciò avvenga si possono ipotizzare alcune iniziative. Apertura di alcuni centri 24 ore al giorno, anche per evitare che disperati allo sbando mettano a dura prova i pronti soccorsi degli ospedali caricandoli di oneri impropri; superamento della logica del “territorio selvaggio”, causa di quello che Olievenstein chiamò “nuovo feudalesimo dell’igiene mentale” con servizi detentori di un pacchetto rigido di utenti obbligati a frequentarli indipendentemente dalla adeguatezza od efficienza della assistenza prestata, con liberalizzazione effettiva del diritto di libera scelta del medico e del luogo di cura su base di empatia e di fiducia e non burocratico territoriale prefissata; razionalizzazione di trattamenti metadonici, alla luce delle esperienze internazionali e delle indicazioni, chiaramente espresse, dal Ministero della Sanità senza preconcetti o preclusioni neanche per terapie protratte o di mantenimento; semplificazione e sburocratizzazione delle prassi e degli approcci; possibilità di utilizzo dei fondi “a pronta cassa” (se è possibile per i servizi segreti non si vede perchè non debba esserlo per i centri antidroga), valorizzazione delle professionalità impegnate e riconoscimento delle responsabilità e dei compiti di direzione; potenziamento delle terapie a base di antagonisti; aggiornamento permanente degli operatori e “strategia dell’attenzione” per il loro equilibrio psicofisico, spesso messo a dura prova, con iniziative, anche atipiche, volte al miglioramento della loro igiene mentale ed alla prevenzione del burn-out; maggiori rispetto e considerazione di politici ed amministratori, magari con qualche visita ogni tanto di Ministri od Assessori che non è detto debbano versare le loro lacrime di commozione solo nelle comunità private e che potrebbero, da incontri diversi, trarre forte giovamento per una migliore comprensione del fenomeno.

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