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Processo a rovescio

Ecco allora che il concetto di terapia si trasforma in quello di un lungo cammino da percorrere insieme: il tossicomane e chi lo aiuta. In questo cammino non esiste la medicina, il farmaco, il trattamento principe; ma esiste un rapporto fra il tossicomane, il terapeuta, i gruppi terapisti: e quando dico terapisti non intendo necessariamente il medico o lo psicologo, ma la persona di buona volontà che riesce ad entrare in vibrazione, cioè in frequenza di simpatia, di scambio di onde psichiche positive con il ragazzo. E’ un processo lungo, dunque, dove non esiste la panacea, dove la riassunzione di droga è un fatto costante.

Dire: “Costui è guarito, però è ricaduto”, è un nonsenso. E come sostenere che un ammalato di malaria è guarito il giorno che sfebbra; ma dopo 3 giorni è di nuovo febbricitante. Per la tossicomania, il passare del tempo è un fatto positivo. Quando vengono ad uno dei nostri centri le madri a dirci: “Saremo in tempo?” , rispondiamo: “Forse è troppo presto”. Perché agli inizi il ragazzo che si droga, come dice Claude Olievenstein, uno psichiatra francese che da due anni si occupa di questi problemi, sta in “luna di miele” con la droga. E quando un individuo è in luna di miele non ci sono santi: deve drogarsi e basta. “Sto bene perché sto fatto”. “La roba è tutto per me”. “Sono perfetto e onnipotente”. “Il resto è silenzio e non conta”. “Amo la roba di un amore totale, folle, esaustivo che non lascia spazio a null’altro”.

Anche se in tale fase non possiamo chiedere molto all’intervento terapeutico, ciò nondimeno esiste una possibilità di azione. Quello che noi possiamo fare è tentare di evitare che succeda l’irreparabile. L’irreparabile può essere una overdose, cioè una dose eccessiva di stupefacente, che poi in realtà non è quasi mai una vera dose eccessiva, ma piuttosto una miscela alterata di eroina, oppure il ricorso alla cocaina in sindrome di astinenza da eroina. O può essere, per esempio, che da una siringa sporca nasca un processo epatico aggressivo e progressivo che sfoci poi in epatite cronica o in cirrosi epatica, portando il paziente alla morte. Potrebbe sembrare un obiettivo ambizioso e difficilmente raggiungibile quello di evitare l’irreparabile.

L’esperienza insegna invece che i tossicomani che hanno dei punti di riferimento terapeutici validi, muoiono più difficilmente che quelli lasciati a se stessi o curati con indifferenza. Cito, ad esempio, le statistiche del Centro per le Malattie Sociali del Comune di Roma, in cui nessuno dei 1400 eroinomani assistiti in 5 anni di attività del Centro è morto nel tempo in cui era seguito in terapia, mentre i decessi sono iniziati quando al Centro era stata tolta di fatto ogni possibilità operativa, salvo quella di poter consigliare il ricovero. L’elevata frustrazione di tutti gli operatori sociosanitari che agiscono nel campo della droga sarebbe molto minore se considerassimo la diversità degli obiettivi in funzione del tempo, e quindi non pretendessimo dalla terapia una panacea assurda e irrealizzabile.

L’importante è convincersi che è sempre possibile intervenire, anche se con scopi diversi a seconda dell’anzianità della assunzione di droga. Qual è dunque la parabola della tossicomania? Nella fase della luna di miele, il ragazzo vede solo gli aspetti positivi della droga. L’eroina è bella e fa bene; è il miglior farmaco antidepressivo che esista, ed è pochissimo tossico. Se non determinasse il piccolo problema della dipendenza fisica e della assuefazione, sarebbe uno dei pochi farmaci davvero efficaci nella farmacopea: non a caso, è figlio diretto della morfina, un farmaco che resiste all’usura del tempo e che serve veramente a qualcosa.

E se io, tossicomane, vedo solo gli aspetti positivi e non quelli negativi dell’eroina, perché mi devo svezzare? Perché me lo dice mia madre, che forse non mi ha mai dato retta in vita sua? Oppure perché me lo dice il primario dell’ospedale, che magari è il prototipo dell’inserito nel sistema, quello che io cerco di contestare pagando di persona? E’ chiaro che continuo a bucarmi. Però, man mano che passa il tempo, gli aspetti positivi diminuiscono: si sviluppa l’assuefazione, e quindi il bello delle prime somministrazioni resta un ricordo sempre più lontano. Contemporaneamente, crescono gli aspetti negativi: l’acqua alla gola di chi deve trovare sempre la roba, i movimenti, gli impicci, la malavita, la disperazione, il completo disinserimento da qualsiasi contesto che non sia il piccolo gruppo di appartenenza, le ripetute umiliazioni.

Arriverà un momento in cui gli aspetti negativi sono pari a quelli positivi. E’ quello il momento che noi dobbiamo privilegiare, perché in quel momento al ragazzo si accende la lampadina, ed è allora che può guarire. L’amore della luna di miele è diventato un sentimento ambivalente di amore e di odio, destinato, con l’ulteriore passare del tempo, a diventare essenzialmente odio. “Ti odio perché mi hai illuso e tradito”. “Ti odio perché sei potente tanto quanto io sono debole”. “Ti odio perché la mia normalità fisica sembra essere irreversibilmente legata a te”. In questa fase sarà il paziente stesso a chiedere aiuto, perché non ne può più e non perché condizionato dall’ ambiente, come nei primi momenti della sua tossicomania.
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