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Lo S.C.I.A., la nostra risposta alla “nuova emergenza”

ROMA Novembre 1988

Se le persone denunciate per reati previsti dalla legge antidroga sono passate in Italia da 9.469 nel 1981 a 17.876 nel 1984 a 22.936 nel 1987; se quelle denunciate per reati comunque connessi con la droga sono salite da 1.045 nell’81 a 3.099 nell’84 a 4.190 nell’87; se i morti per droga negli stessi anni di riferimento da 237 sono diventati 392 e poi 516 ed il trend nell’88 continua ad essere ascensionale; se ogni giorno aprendo il giornale vediamo fatti di cronaca di inusitata violenza più che in passato: tutto questo ci autorizza a definire il fenomeno della diffusione e dell’uso delle droghe, siano esse legali o illegali, leggere o pesanti, capaci di dar luogo a tossicomanie od a consumi compatibili (i veri consumi “viziosi” perché non presuppongono una necessità, ma una voglia) come una “nuova emergenza” destinata a continuare negli anni a cui è doveroso far fronte.

Gli studi del Censis prima e del Labos poi, nel delineare l’evoluzione del fenomeno nel nostro Paese, si erano soffermati su di una “quarta fase”, quella cosiddetta della “compatibilità”, susseguita a quelle della contestazione giovanile e del movimento hippy. Una fase, l’ultima, caratterizzata da assunzioni occasionali e ricreative, tipiche dei cosiddetti consumatori del week-end che per il resto della settimana continuano a svolgere regolarmente il proprio lavoro senza intralci particolari.

Il boom della droga in questi ultimi mesi, di cui le cifre su esposte rappresentano un’indicazione, così come indicativi sono la ripresa del flusso di nuovi soggetti ai centri antidroga ed alla sezione specializzata del tribunale civile, ci autorizza a pensare che molti dei compatibili siano ora diventati veri tossicomani e che la compatibilità sia solo un primo momento del rapporto di un soggetto con la droga, momento più o meno lungo a seconda delle risorse individuali, ma comunque destinato a sfociare in una dipendenza franca in cui non è più possibile vivere come se niente fosse il rapporto con la sostanza.

Se poi dalle cose di casa nostra allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, con particolare attenzione a quanto avviene al di là dell’Oceano Atlantico e che in genere dopo una latenza di qualche anno si ripercuote inevitabilmente da noi, scopriamo altri fatti allarmanti: nel 1981 gli USA importavano 1.800 chili di cocaina, mentre nel 1987 l’importazione è passata a 50.000 chili, con un prezzo “crollato” dai 65.000 dollari ai 10.000 dollari al chilo ed un numero di consumatori cronici salito all’impressionante cifra di quasi 6 milioni su di una popolazione appena 4 volte quella italiana.

E mentre l’eroina è un sedativo che tranquillizza il tossicomane, la cocaina è un eccitante che lo stimola ad un nuovo consumo ed a farlo “uscire di testa” per cui anche da noi aumenteranno le crisi psicotiche acute cui non è pensabile di poter rispondere coi pochi e scassatissimi letti dei servizi di diagnosi e cura, ma è necessario organizzarsi e provvedere altrimenti per tempo. Un terzo ordine di considerazioni, oltre a quelle dei parametri statistici e degli eventi internazionali, contribuisce ad incupire il quadro della tossicomania presente ed ancor più di quello ipotizzabile per l’immediato futuro nel nostro Paese e nella nostra Città: la constatazione, cioè, che il 50% dei tossicomani conosciuti sia sieropositivo all’AIDS con la situazione ansiogena che tale condizione comporta per l’incertezza sulla evoluzione dell’infezione ed ancor più la comparsa di sintomi in molti dei sieropositivi con necessità di sottoporsi a trattamenti spiacevoli e dall’esito parziale fino all’aumento dei casi di AIDS conclamato per cui spesso la tossicomania non complicata appare ancora come il male minore.

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