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Lezione sull’astinenza

Da: “Articolo” del 1979 comprendente una “Lezione sull’astinenza” – Roma.
L’astinenza da oppiacei

Sindrome vuol dire insieme di sintomi. Sindrome di astinenza significa l’insieme dei sintomi che presenta un soggetto assuefatto all’uso di droghe pesanti, cioè fortemente capaci di modificare l’organismo, rendendolo ad esse dipendente, quando la o le sostanze, oggetto di abuso, vengono bruscamente a mancare. L’astinenza non è caratteristica esclusiva di una interrotta assunzione di oppiacei, ma si manifesta anche nei riguardi dell’alcool, della nicotina, di numerosi psicofarmaci. Poco importa dunque se la droga sia legale o illegale, accettata e “digerita” nel suo consumo dalla opinione pubblica ovvero temuta e rifiutata: la legalità o meno delle sostanze, non è sempre direttamente proporzionale al grado di pericolosità delle stesse, ma è influenzata da numerosi altri fattori, tra cui occupano un posto preponderante quelli culturali ed ambientali, legati alle tradizioni ed ai costumi di un popolo. Così l’alcool che in funzione della dose è droga mortale è legale, mentre l’haschisch, di cui non si conosce la dose letale, è illegale.

Parimenti azioni “stravaganti”, compiute da un ubriaco, inducono alla comprensione ed al sorriso, se non a vera e propria simpatia, come nei raduni degli alpini, mentre analoghe “stranezze”, compiute da un fumatore di haschisch, suscitano riprovazione e condanna. L’astinenza da oppiacei non è mai mortale; possono essere mortali gravi forme di astinenza da alcool o da psicofarmaci, come le benzodiazepine precedentemente assunti per lungo tempo a dosi elevate. I sintomi dell’astinenza sono l’inverso di quelli che si producono con l’assunzione della sostanza. Così, se l’uso di eroina porta sedazione, l’astinenza porta ansietà e agitazione; se l’uso porta riduzione delle secrezioni, l’astinenza determina lacrimazione, sudorazione, rinorrea, diarrea; alla miosi (pupilla ristretta) si sostituisce la midriasi (pupilla dilatata); alla bradicardia la tachicardia; al rilassamento muscolare la tensione ed i crampi.

Sbaglierebbe comunque chi volesse ridurre l’astinenza alla mera enunciazione di sintomi obiettivabili, in quanto gli sfuggirebbe il più importante, anche se il meno manifestabile, così come è penoso ed “interno” ma non è manifestabile il senso della fame: la fame di un qualcosa, appunto, capace di tranquillizzare i recettori agitati e carenti di endorfina o di morfina esterna. Si può stare malissimo senza darlo a vedere, basti pensare a chi ha una colica. Nel caso dell’astinenza da eroina le esigenze cinematografiche e televisive hanno imposto la drammatizzazione di sintomi che nella realtà non compaiono, come atroci contorcimenti, collassi o vomito di sangue. Il risultato è stato che il mancato riscontro nella pratica quotidiana, anche da parte del personale medico o paramedico, del sintomo clamoroso ha portato molti a snobbare l’astinenza, generalmente sottovalutata e liquidata come fatto psicologico. Come se la fame fosse un “fatto psicologico”.

L’ampiezza dei sintomi di astinenza da oppiacei dipende da fattori oggettivi e soggettivi. I fattori oggettivi sono costituiti dal tipo di droga e dalla quantità assoluta che ne viene assunta, ciò che dipende dalla dose assunta quotidianamente e dal tempo di assunzione. Per quanto riguarda il tipo di sostanza, pur nel medesimo gruppo degli oppiacei, cioè di tutte le droghe agoniste dei derivati dell’oppio, ciascuna ha le sue caratteristiche, legate alla durata di azione, alla via di somministrazione, alle proprie peculiarità chimico-fisiche. Così, ad esempio, l’astinenza da eroina determina una sintomatologia più acuta da quella da metadone, che invece è notevolmente più prolungata. Per quanto riguarda la dose, è abbastanza intuitivo che 500 mg. di eroina al giorno per 4 mesi daranno una dipendenza maggiore che se la stessa quantità sia stata introdotta per 2 mesi. E’ parimenti intuitivo che 500 mg al dì per 4 mesi comporteranno una dipendenza, e quindi una astinenza, venendo a mancare, maggiore di quella provocata da una assunzione di 250 mg al dì per lo stesso tempo.

Se la dose costituisca il fattore oggettivo capace di influenzare l’entità dell’astinenza, non va sottovalutato il fattore soggettivo, cioè il modo più o meno ricco di ansia e di paura con cui il soggetto, sempre unico e irripetibile, vive il distacco da un oggetto che ha tanto amato più di qualunque altra cosa al mondo e che è stato capace di condizionare la propria vita al punto di rivoluzionarla. L’ansia è sempre capace di creare sintomi fisici, scaricandosi su organi bersagli, si pensi quanto lo stesso linguaggio popolare esprima la consuetudine di tale verità che è alla base della concezione psicosomatica della medicina: la “strizza”, il “farsela sotto”, altro non sono che somatizzazioni di fattori psichici che nascono da situazioni ambientali, così come possono esserlo la pelle d’oca, la tachicardia, il vomito.

Si può dire che la maggior parte dei sintomi dell’astinenza da oppiacei possono essere “prodotti” anche in un soggetto che non abbia mai avuto rapporto con la droga, come portato di una “distonia neuro-vegetativa”, cioè di un alterato gioco tra simpatico e parasimpatico, indotto da situazioni ambientali ricche di contenuti generatori di ansia. L’astinenza è certamente una situazione di grave squilibrio, capace anche solo dal punto di vista emotivo di creare una sintomatologia somatica, che, una volta prodottasi, è reale e causa di sofferenza non meno di altri fatti morbosi che non trovino la loro origine in equilibri di ordine psichico, ammesso che ne esistano. Il sintomo finale dell’astinenza da oppiacei è quindi la somma algebrica della quota parete di sintomo, oggettivamente prodotto dalla carenza della sostanza, più la quota parte indotta dalla situazione esistenziale del soggetto.

Ecco perché in una condizione “protetta”, quale quella di una comunità terapeutica, e di mobilitazione delle proprie risorse in vista di un’alternativa valida e praticabile, e anche di esaltazione momentanea o di nuova dipendenza da persone “carismatiche” l’astinenza decorre in maniera meno drammatica, essendo la componente soggettiva sottratta anziché addizionata a quella oggettiva. Se invece l’ambiente circostante è ostile, come può esserlo un ambiente ospedaliero o assistenziale “indifferente” quando non simbolicamente e dichiaratamente ostile, ovvero quando l’astinenza è imposta, oppure giudicata inutile o pedaggio obbligato da pagare controvoglia, il fattore soggettivo si somma a quello oggettivo, producendo stati di sofferenza rilevanti, che sarebbe una forma di violenza e di ignoranza considerare irreale o “artefatta”, inesistente nella misura in cui è stata soggettivamente rinforzata.
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