Servizi

Droga: quanto convince un manifesto sui muri?

Da : “Croce Rossa Italiana, Notizie” di Luglio/Agosto 1983 – Anno I n 7/8.
Alcune riflessioni sull’informazione e la prevenzione.
E’ sempre più evidente lo squilibrio esistente tra gli stimoli al consumo della droga e quelli chiamati ad agire in senso contrario. E’ possibile un riequilibrio?

Per anni e in tutto il mondo si è vissuto nella certezza della equazione “informazione corretta sui rischi e sui perché/prevenzione antidroga”. Di qui le ingenti somme spese per campagne pubblicitarie e d’informazione sui nefasti della droga, nell’auspicio che la conoscenza delle conseguenze valesse ad impedirne o sconsigliarne il consumo.

Famosa, o famigerata, al riguardo la campagna promossa nel 1973 dal Comune di Roma coi manifesti affissi in città all’insegna dello slogan “Non scherzare con la droga, la droga non scherza”. La maggiore consapevolezza, acquisita con l’esperienza, che il problema della droga, entro certi limiti, non è il problema della sostanza, quanto quella dell’individuo, sembra aver ridotto negli ultimi anni i fautori delle grandi campagne di informazione, che trovano peraltro ancora spazio nelle attività di enti od organismi pressati a “fare qualcosa” comunque per opporsi ad un fenomeno sempre crescente.

I manifesti, i cartelloni, le pubblicazioni scientifiche, ma volgarizzate, sugli effetti svolgono azione preventiva o no? Sono producenti o controproducenti? Se sono incapaci d’impedire che un soggetto a rischio che incontri la droga, ne divenga dipendente, svolgono o no altri ruoli, ad esempio di ansiolisi collettiva? (Di fronte al pericolo incombente e trascendente, c’è meno male un’autorità che provvede!). E ancora, che effetto possono avere i romanzi sceneggiati od i film alla Christiane F.? Il parlare comunque di droga, anche male, svolge un’azione preventiva o avviene piuttosto il contrario, come ipotizzato per il terrorismo? Come giudicare l’ipotesi di “staccare la spina”? Come viene interpretato un messaggio del tipo “Non fare questo perché fa male” nelle diverse fasce della popolazione? Quanto è diffusa, specie fra possibili consumatori, la paura del male o della morte?

Di particolare rilievo per i suoi contraccolpi sulla gente appare la trattazione giornalistica di fatti comunque concernenti la droga. Balza evidente la disparità degli spazi concessi ai fatti di cronaca più eclatanti (morti, azioni delinquenziali ecc.) con quelli destinati ad un esame più in profondità e meno emotivo del fenomeno. Quali motivazioni inducono la stampa ad un siffatto comportamento, oltre alla evidente necessità di “fare notizia” comunque? E’ un’attitudine modificabile? In quale direzione? Qual è l’effetto sulla popolazione, ed in particolare sui giovani. di tale trattazione giornalistica? Se negativo, ci si può porre un rimedio, e quale?

Accanto all’esame delle campagne pubblicitarie lanciate come strumento dichiarato di prevenzione varrebbe la pena di riflettere anche sugli effetti dei messaggi che si propongono invece di aumentare il consumo di sostanze comunque capaci di modificare l’organismo. E il caso delle più comuni droghe legali quali alcol, tabacco e farmaci, verso il cui uso ed abuso molteplici sollecitazioni stimolano il pubblico. Balza sempre evidente lo squilibrio esistente tra gli stimoli al consumo di droga e quelli chiamati ad agire in senso contrario. I primi efficacemente basati sulle emozioni e l’irrazionale (la sostanza che crea l’atmosfera, il fascino del ranch proibito, il clima di un grand prix); i secondi sulla realtà più cruda e negativa (bronchite cronica, rischio di morte, cirrosi epatica). E’ possibile un riequilibrio? E’ possibile combattere un’attitudine irrazionale con messaggi che attengono alla sfera della logica? Come svolgere invece un’azione preventiva in cui attitudini si contrappongono ad altre?

Un altro aspetto importante da considerare infine è quello del linguaggio impiegato nelle azioni dichiaratamente preventive e come tale linguaggio arrivi e sia interpretabile soprattutto nelle fasce a rischio. Un giovane emarginato recepisce i messaggi in modo uguale ad un adulto inserito, ovvero le certezze del linguaggio ufficiale si tramutano in una ulteriore spinta emarginante? E’ possibile comunicare e capirsi se le frequenze usate sono diverse? Sono queste solo alcune delle innumerevoli domande che mi vengono in mente, quando sento parlare a ruota libera di prevenzione.

Massimo Barra

,