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Droga nelle scuole: spunti operativi di Massimo Barra

Da: PROMOZIONE SOCIALE Anno 6 n. 1 Gennaio-Febbraio 1977 Bimestrale edito dalla A.A.I.

Nel corso di un incontro coi genitori in una scuola romana, uno dei tanti incontri aventi per oggetto ‘la droga’, che come centro per le malattie sociali andiamo effettuando da anni, uno dei genitori espresse l’opinione che i concetti che erano stati esposti li avremmo dovuti far imparare a memoria a tutti gli alunni della scuola e che solo in tal modo avremmo potuto dare un valido contributo alla risoluzione del problema.

Obiettai che non tutti coloro che avevano ‘imparato a memoria’ il catechismo erano poi diventati dei buoni cristiani. Al di là della battuta, quella frase nasconde convinzioni e comportamenti largamente diffusi nel mondo degli adulti ma deleteri al fine dell’impostazione di una seria azione preventiva. C’è in essa la volontà di delegare a tecnici la prevenzione, anche a scarico di proprie responsabilità, nell’illusione che il fenomeno non debba essere affrontato collettivamente e globalmente da tutto il contesto sociale; c’è in essa la contrapposizione tra adulti coscienti e giovani che non sanno, nell’illusione che basti un’informazione sui pericoli o i danni per evitare quanto è temuto.

Forse, prima di affrontare il discorso di che cosa intendiamo per prevenzione e di che cosa fare per attuarla, è opportuno chiedersi cosa non va fatto per attuarla nel modo più convincente possibile. E’ fin troppo evidente che non si fa opera di prevenzione con la radicalizzazione dei concetti e l’allarmismo. Non è dicendo che con la marijuana si muore che si attua la prevenzione; anzi, in tal modo, si dà una spinta in senso contrario, giacchè, quando il giovane si accorgerà che nulla di clamoroso è successo dopo la prima ‘fumata’, perderà ai suoi occhi ogni possibile credibilità qualunque altra tesi antidroga, pur se scientificamente valida.

Anche sull’efficacia dei films didattici mi sembra sia lecito esprimere qualche dubbio. Certo, sarebbe comodo ed economico affidare alle immagini la soluzione del problema. In realtà, tutti i films che abbiamo finora visionato, in varie parti del mondo, non ci soddisfano appieno. E’ molto difficile pensare ai contenuti che dovrebbe avere un film antidroga; mostrare i diversi tipi di sostanze?

Mostrare il giovane che si inietta le sostanze? Diventerebbero film divulgativi ed otterrebbero l’effetto contrario. Mostrare una sindrome di astinenza? Sarebbe praticamente impossibile e, comunque, deludente. Puntare tutto sul terrorismo psicologico, con immagini di morte a tinte più o meno caricate? Sarebbe controproducente, anche perchè il giovane, cui il messaggio è diretto, non sente il problema della morte, e tutto ciò che può portarlo a galla viene respinto.

Nulla di più facile, quindi, che un film del genere venga respinto dai giovani a suon di risate o di schiamazzi. Gli unici films che riteniamo possano essere di una certa utilità sono quelli scientifici e privi di contenuti emotivi, da destinarsi all’aggiornamento e all’informazione di medici e altro personale sanitario. Il ricorrere a manifesti murali stampati a cura di strutture pubbliche o private, preoccupate del dilagare del fenomeno, è anch’esso di dubbia efficacia.

Anche se il manifesto è concepito nel modo più brillante dal punto di vista pubblicitario, esso sarà fatalmente respinto dal mondo giovanile proprio perché proveniente da una struttura ufficiale. Il giovane tende a respingere qualunque messaggio gli provenga da chi rappresenta in modo diretto o indiretto l’autorità costituita.

Se alcune droghe possono essere vissute dal mondo giovanile come contrapposizione al mondo degli adulti, degli inseriti nel sistema, delle strutture ufficiali, (Faccio questo perché tu, adulto, genitore, professore ti scandalizzi, e tanto più ti scandalizzi, tanto più continuerò a farlo), anche per affermare la propria presenza e personalità nell’ambito di una logica contrappositiva, è ovvio che qualunque reazione ufficiale, sia il film che il manifesto o l’incontro gestito paternalisticamente (Non fate questo perché vi fa male, non fate questo perché non sta bene o non è corretto) saranno fatalmente e intransigentemente respinti.

Occorre dunque evitare in modo deciso che l’argomento ‘droga’ concorra ad allargare il fossato tra le generazioni e che esso venga vissuto dai giovani in termini contrappositivi. Occorre ristabilire la possibilità del dialogo fra giovani e adulti. Ma per dialogare bisogna poter comunicare, cioè avere un minimo di conoscenze in comune; il che, nel campo della droga, almeno da noi, non è ancora avvenuto.

Tra i giovani che devono giorno per giorno confrontarsi con questa realtà, che respirano e metabolizzano direi, se mi è concesso, il problema della droga, e i meno giovani che tutto ignorano, che si chiedono ancora stupiti perché (Ma ai miei tempi era una cosa impensabile; chi l’avrebbe mai detto?), che pensano, tutto sommato, ancora a un mondo proibito e lontano, c’è un fossato che va riempito.

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