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Comunicazione sul tema “Comunità terapeutica aperta”

Da: “Dispensa” edita in occasione del terzo congresso mondiale delle comunità terapeutiche tenutosi a Roma nel 1978.
Atti del terzo congresso mondiale delle comunità terapeutiche

La vastità del tema propostoci, forse volutamente generico e dai contorni non definiti, mi induce a focalizzare questo breve rapporto su una esperienza personale di C.T. che da due anni sto vivendo nei locali di “Villa Maraini”. Se però per C.T. intendiamo un luogo dove si convive a tempo pieno, 24 ore su 24. “Villa Maraini” non può, a rigore, essere considerata tale in quanto il lavoro viene svolto solo di giorno, dalle ore 9 alle ore 20.

Personalmente, diffido di ogni classificazione troppo rigorosa che mal si adatta ad un mondo così particolare e continuamente in divenire come quello della tossicomania. Per tale motivo, ritengo che anche un luogo dove si conviva a tempo limitato, purché adatto a “dare” qualcosa ai partecipanti, cioè a svolgere un ruolo terapeutico, possa essere chiamato – a buon diritto – C.T., magari “aperta” come vuole chi ha proposto il titolo di questo nostro incontro.

D’altronde, esistono dei vantaggi e degli svantaggi di una comunità a tempo parziale rispetto a quella a tempo pieno: tra i vantaggi, quello di evitare la creazione di un’oasi completamente staccata dal resto del mondo, un mondo in cui un giorno toccherà pur rigettarsi con tutti i problemi che possono seguire un impatto tanto più forte e drammatico quanto più chiusa, caratterizzata e atipica era stata la vita in comunità. Non perdere i legami con la realtà esterna evita il successivo salto nel buio anche se, come è evidente, comporta dei rischi continui che possono ostacolare l’armonioso sviluppo della vita in comune.

Il rischio che il ragazzo si ribuchi, con le inevitabili ripercussioni anche per gli altri credo, comunque, che valga la pena di correrlo in quanto il nostro interesse finale è a lunga distanza, e può inevitabilmente comportare delle ricadute che non pregiudicano la prognosi definitiva. La disintossicazione fisica deve essere considerata un punto di arrivo e non di partenza di quel “lungo cammino” che è la terapia della tossicomania.

Il problema stesso della Comunità Terapeutica non è quello di costringere alla accettazione di alcune regole imposte e subite per mancanza di alternative migliori, ma quello di far venire la voglia di star bene, accelerando quel processo di “invecchiamento” e di maturazione che, solo, può portare alla guarigione. Se a 30 anni, come pare, il tossicomane guarisce, è necessario arrivare a questa età evitando che nel frattempo accada qualcosa di irreparabile.

Anche questo è un compito che può essere assolto bene in una C.T. anche se aperta, – certo meglio che in un ospedale – il luogo che sembra essere stato scelto nei nostri giorni in Italia come preferenziale per la cura della tossicomania, con uno zelo sospetto che forse intende compensare i complessi di colpa insorti nei politici in un tempo per niente lontano in cui il solo ospedale aperto per i tossicomani italiani era quello psichiatrico.

Credo che l’opinione pubblica italiana si stia. rendendo conto di tali maggiori potenzialità di una C.T. rispetto alle altre forme di terapia della tossicomania, e questo spiega il grande successo che il nostro congresso sta avendo sui mass media e la richiesta che anche da noi si mettano in piedi dei seri programmi che, pur ispirati ai modelli degli amici che hanno più esperienza di noi, tengano conto delle particolarità della situazione locale.

Nella nostra pratica di “Villa Maraini” l’idea chiave consiste nella ricerca di alternative di vita basate sulla riscoperta, o scoperta, di proprie possibilità lavorative. Se il tossicomane è un debole per definizione, non accetterà facilmente le frustrazioni di un comune rapporto di lavoro.
Ecco, quindi, che in una prima fase di passaggio da una condizione di dipendenza psichica e fisica alla droga, e di conseguente totale inattività può giovare un’attività che per essere possibile deve svolgersi in un ambiente protettivo e disponibile in cui manifestare le proprie possibilità operative. Il lavoro, in tal caso, diviene possibilità di espressione e di autovalorizzazione, la prima forse, da quando il giovane ha imboccato il tunnel della droga.

Passare da una dipendenza farmacologica ad una dipendenza, ad un ambiente protettivo costituisce un grande passo in avanti che rende possibile la successiva conquista di una indipendenza totale. L’ambiente in cui ciò avviene è creato dallo stesso soggetto volontariamente sottopostosi alla terapia. Si tratta di un luogo in continuo divenire, con tutti i problemi che ciò comporta e non già un’oasi immutabile, irreale e artificiale.

Anche i problemi, spesso violenti, della quotidiana vita in comune svolgono un ruolo terapeutico, accelerando il percorso del “lungo cammino”. Contrariamente ad altre esperienze ergoterapiche, viene dato notevole peso al valore economico del lavoro. Per ogni giornata di presenza in Comunità al giovane viene corrisposto un piccolo “stipendio”.

Oltre a ciò, una parte della produzione della C.T. viene venduta a beneficio dell’artefice che così, alla fine del mese avrà guadagnato una somma tale da consentirgli una sopravvivenza autonoma. Questa impostazione trova la sua radice nel convincimento che una delle difficoltà del tossicomane ad integrarsi in un lavoro consiste nella mancanza del rapporto lavoro-guadagno, come fattore che rende possibile ed accettabile il lavoro stesso.

Per chi sa che esistono tanti modi per avere soldi, indipendentemente da un lavoro onesto (fare “colletta” per le strade, rubare, vendere droga), il lavoro non ha quell’attrattiva di gratificazione legata al guadagno, che lo rende sopportabile. Riteniamo importante ricostruire, o costruire, tale rapporto – che poi sarà ripetibile in altre esperienze meno protette. Tale impostazione, apparentemente troppo liberale, ci ha procurato numerose critiche di quanti ritengono eccessiva la disponibilità della Comunità nei confronti del tossicomane che, oltre ad essere curato gratuitamente, viene anche “pagato” dalla Istituzione. Altre accuse, comprensibili, sono quelle di far andare in droga parte dei fondi stanziati; l’esperienza di due anni ha dimostrato la non adeguatezza di tali critiche.

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