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Centro antidroga a Roma

Da : “Croce Rossa Italiana Notizie” Rivista bimestrale Anno V – N. 2/5 settembre 1987

Villa Maraini è nata nell’agosto 1976, dopo un mio viaggio in Francia. Lavoravo di già in un Centro antidroga, in un SAT, cioè in un servizio per l’assistenza di tossicodipendenti organizzato seconda il vecchio modello, basato fondamentalmente sul metadone. Andai in Francia nel 1976, quindi in un periodo estremamente precoce in cui a Roma ancora si discuteva sull’esigenza o meno di fare centri antidroga, che i tossicomani in fondo non erano un grave problema e che dovevano essere curati nei comuni centri sociosanitari (per es. nelle sezioni territoriali INAM), che il centro antidroga era un qualcosa di emarginante e che il solo fatto di costituire un centro era comunque un fattore di emarginazione, o che addirittura i pochi operatori che si occupavano di droga erano loro stessi che creavano il fenomeno per conservarsi il posto di lavoro o per determinarne dei nuovi, quindi in un ambiente culturale estremamente retrogrado, e refrattario al riguardo.

Questo viaggio mi fece vedere due esperienze pilota: il “Marmottan” a Parigi, di C. Olivestein, che era già all’avanguardia nel mondo dell’assistenza ai tossicodipendenti, e l’esperienza di Comunità terapeutica del “Patriarche” Lucien Engelmayer, che ho personalmente conosciuto a Tolosa al “Domaine de la Boere”, una specie di San Patrignano ante litteram, guidata da un personaggio altrettanto “peculiare” come Muccioli (forse ancor più “particolare”) ed evidentemente con un grande carisma ed una grande forza di aggregazione.

Verificato così che i centri antidroga in Europa si potevano fare e non erano considerati emarginanti, sono tornato a Roma con l’idea di aprire un qualcosa che fosse una via di mezzo tra il “Marmottan” e le “Patriarche”, quindi una sorta di Comunità Terapeutica. Nel 1976 “Comunità Terapeutica” era un termine sconosciuto, non accettato dalla cultura ufficiale, addirittura un qualcosa di assolutamente bistrattato in quanto non conosciuto. Mi ricordo che appena iniziata “Villa Maraini” trovammo grossissime difficoltà con la cultura ufficiale di Croce Rossa all’insegna dello slogan: “i soldi dello Stato si devono spendere bene, non li possiamo sperperare”, slogan caro a quanti temono per loro forma mentis patologica ogni novità ed a quanti hanno paura che le novità comportino del nuovo lavoro.

Questa esperienza sembrava troppo rivoluzionaria, troppa avanzata: da un lato non c’era nessuna sensibilità da parte dell’establishement, che ancora non aveva avuto i propri figli tossicodipendenti, nei confronti del fenomeno droga; e dall’altro sembrava che la Croce Rossa non dovesse occuparsi di questo. Ma ciò era un fenomeno di difesa nei confronti di qualcosa di nuovo che, come sempre, crea ansia e comunque sovvertimento degli equilibri precedenti. Il mio viaggio in Francia è stato lo spunto per avere la certezza che a livello europeo, e quindi a livello internazionale, si poteva fare un qualcosa di antidroga che non fosse il semplice e puro servizio di distribuzione del metadone ma che fosse basato su concetti nuovi di aggregazione e di terapia derivante da questa aggregazione. E quindi la prima idea fu di aggregare 5 ragazzi per 4 ore al giorno e vedere, offrendo loro un lavoro e quindi un’alternativa retribuita, che cosa succedeva.

Undici anni di attività l’ideologia di base era comunque l’ideologia di Croce Rossa, quella dei suoi principi fondamentali, primo fra tutti il principio della umanità. La Croce Rossa deve intervenire là dove si manifestano dei fenomeni nuovi, essere l’avanguardia dello Stato, arrivare dove lo Stato non riesce ad arrivare per la sclerosi o comunque per la difficoltà delle sue strutture ad operare, salvo poi cedere agli altri le proprie iniziative. Quindi, noi ipotizzavamo “Villa Maraini” come luogo d’avanguardia della Croce Rossa, e così poi fu, nell’ambito dei suoi principi fondamentali. Dalla prima elaborazione ai successivi 11 anni di attività tutto è cambiato e tutto è stato in continuo divenire, altrimenti noi oggi saremmo una struttura fossile che non siamo, posto che ogni centro antidroga deve essere capace di rimettere in discussione le sue prassi, le sue abitudini, i suoi modi di essere, direi ogni settimana, pena il non essere adeguato alla evoluzione dinamica del fenomeno.

L’applicazione del principio di umanità alle tossicodipendenze evidentemente esclude interventi troppo coercitivi e si pone come obiettivo fondamentale quello della qualità della vita della persona assistita, cioè il problema della sua infelicità, non tanto il problema della sua “redenzione”. “Villa Maraini” non ha in tasca la ricetta della verità, come altre esperienze di comunità terapeutica, né pretende di sostituire ad uno stile di vita un altro stile di vita. Il suo obiettivo è di fare della terapia nell’accezione più larga del termine, evitando innanzitutto che avvenga l’irreparabile nel rapporto con la droga, ponendosi il problema della felicità del soggetto e cercando di catalizzare la riscoperta da parte del tossicodipendente di alternative al suo stile di vita, normalmente tanto autodistruttivo e che porta sempre ad infelicità.

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