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Carcere? No, grazie

ROMA Novembre 1988

Puntuale come ogni anno, questa volta d’autunno rispetto ai consueti tempi estivi, anche il 1988 ci ha portato l’abituale polemica politico-giornalistica su droga e drogati. Mentre la precedente (agosto 1987) era all’insegna della liberalizzazione, l’ultima (ottobre/novembre ’88) nasce sotto il segno opposto della “punizione”. Sorge spontanea qualche riflessione:

1) è pericoloso illudersi che l’attuale drammatica situazione dipenda da una legge “permissiva” e che basti una nuova legge per invertire la tendenza;

2) parlare d’ergastolo ai trafficanti può servire ad emozionare il pubblico ma, nel nostro ordinamento, non ha significato pratico diverso dalla pena di trent’anni già prevista dalla 685;

3) nessun altro reato oscilla tra la richiesta delle massime pene, se a compierlo sono i privati, alternata a quella della liceità se a compierlo fosse lo Stato, nell’ipotesi di liberalizzazione. L’opinione pubblica ha diritto di essere confusa;

4) è difficile, e pressochè impossibile, obbligare a star bene chi sta male nella propria pelle senza la sua adesione, il suo contributo, il suo sofferto impegno;

5) affermare che “la modica quantità” serve a favorire lo spaccio significa non ricordare che, già nell’attuale legislazione, il detenere droga, in qualsiasi quantità, è un atto illecito, tant’è che sempre la sostanza viene sequestrata e un rapporto è inoltrato alla Magistratura. L’alternativa alla “non punibilità” del consumatore (e non dello spacciatore che comunque va incontro ad un processo) sarebbe il carcere anche per il tossicomane, ovvero un provvedimento d’obbligo alla cura;

6) se il carcere servisse a guarire i drogati non ci sarebbero più tossicomani in circolazione, posto che la grande maggioranza di loro è già stata reclusa una o più volte senza apprezzabili risultati se non quello di mettere a stretto contatto chi delinque per drogarsi con chi si droga per delinquere meglio;

7) l’obbligo alla cura non è una novità, essendo già previsto dall’art. 100 della 685. Sarebbe invece una bella novità rendere possibili i ricoveri coatti in reparto idoneo, creando piccole unità di disintossicazione obbligatoria per quanti rifiutano le cure. Ciò è già fattibile, senza aspettare una nuova legge, mentre a tutt’oggi la coazione è generalmente imposta dal Tribunale all’ospedale che d’abitudine rifiuta il ricovero più che al tossicomane che è costretto a rivolgersi alla Magistratura per ottenere ciò di cui avrebbe diritto;

8) anche il ricovero coatto in una CT è già reso possibile, sia in Civile che in Penale, dalle attuali leggi. Mandare peraltro un soggetto non motivato in obbligo in una CT significa collocare in Comunità una mina vagante capace di vanificare i difficili equilibri terapeutici del luogo con effetti dirompenti anche sui soggetti ben motivati;

9) se poco dunque ci si può attendere da una nuova legge per quanto riguarda il benessere o il malessere degli individui, molto può già essere fatto a Roma fin da domani con una strategia dell’attenzione, della buona volontà e dell’efficienza sinora insufficiente specie in ambito pubblico. Soldi alle strutture antidroga, pubbliche e private, spendibili subito, senza gli incredibili e costosissimi “tempi burocratici”; posti letto a sufficienza per disintossicare, anche in strutture non ospedaliere, quanti lo vogliano ed anche quanti siano ribelli ad ogni cura, spezzando così il circolo vizioso “debolezza dell’IO a monte, rinforzo tossico della debolezza a valle”; inversione, imparando dai privati, della filosofia che sta alla base delle piante organiche dei servizi, partendo dai singoli individui utili e preparati anzichè dalle qualifiche o dalle “razze”, creando unità agili, operative ed efficienti; potenziamento della rete terapeutica dello S.C.I.A. (Sistema Cittadino Integrato Antidroga); affidamento in mani esperte e non improvvisate della direzione dei Centri per la terapia metadonica, uno dei pochi presidi a disposizione per impedire l’ulteriore diffusione dell’AIDS tra i tossicomani; costituzione di una “Task-Force” romana antidroga formata da professionisti acculturati, aggiornati, organizzati, non precari nè pagati ad ora, ben diretti, fuori dalla logica routinaria e tendenzialmente depressa del pubblico impiego. In altri termini reagire alla droga facendo ognuno un poco meglio il proprio dovere.

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