Servizi

Il tossicomane è un malato cronico sia dal punto di vista fisico che psichico

Da: Il Medico d’Italia N. 39 maggio 1989
Massimo Barra, direttore della Fondazione “Villa Maraini” di Roma

La terapia di un drogato è un’ avventura talmente complessa che è bene percorrerla in gruppo, possibilmente affiatato e con alta esperienza alle spalle, dirette da un “esperto”. Nel quadro della nostra inchiesta sulla droga pubblichiamo in chiusura anche un servizio su una struttura per la cura e la riabilitazione. Villa Maraini è nata nel 1976 per iniziativa del Dott. Massimo Barra, sotto l’egida della Croce Rossa Italiana, come “Centro Antidroga”. L’aspetto farmacologico è stato integrato con considerazioni più ampie tenendo conto del fatto che, per il tossicodipendente, il problema non è tanto smettere, quanto non avere ricadute. L’intervento terapeutico, dunque, deve adeguarsi alla realtà della singola persona e, ribaltando a concetto per il quale la disintossicazione è prioritaria al reinserimento.

MASSIMO BARRA
Direttore della Fondazione “Villa Maraini” di Roma

Se la definizione di salute è per l’OMS quella di uno stato di completo benessere psichico fisico e sociale e la malattia è l’assenza dello stato di salute, il tossicomane è il prototipo del malato poichŽ sta male sia dal punto di vista psichico che da quello fisico e da quello sociale. Sembrerebbe una constatazione semplice e scontata ma tuttora essa è contraddetta da una miriade di distinguo frutto delle speculazioni dialettiche di quanti, e sono tanti, non rinunciano a dire la loro opinione su un fenomeno certo complesso ma che non può essere pienamente compreso se non si conosce la biochimica delle sostanze oggetto di abuso e l’interazione tra queste e l’organismo.

Questa profluvio di giudizi non sempre disinteressati rappresenta un’altra pena da sopportare per chi gia paga un duro fardello di sofferenza per la perdita della sua integrità psicofisica indotta dal rapporto obbligato con sostanze tanto buone ed efficaci da provocare uno stato di tale benessere che evidentemente non era consentito al genere umano; una gratificazione talmente intensa che ad essa il soggetto non può più rinunciare, pena il ritrovarsi “scarburato” ed imperfetto.

Se al pesante condizionamento della dipendenza aggiungiamo le frequenti malattie intercorrenti “professionali”, la mortalità molto più elevata di un campione di pari età non assuntore di droghe, mortalità destinata ad accrescersi ulteriormente e drammaticamente con la comparsa dell’AI DS, lo stato di frequente “star male nella propria pelle” anche al di là dei momenti enfatizzati di acuzie legati ad un sovradosaggio o a una carenza e le richieste continue e pressanti di aiuto rivolte a noi medici, credo non dovremmo avere più dubbi sulla necessità di elaborare un piano anche sanitario di intervento senza per questo essere additati al pubblico ludibrio da quanti non hanno nulla di meglio di cui preoccuparsi che temere la “medicalizzazione” o “sanitarizzazione” di un problema.

Anche perché, poi, di grandi soluzioni capaci di restituire ad integrum un tossicomane non è che ce ne siano tante. E noi dobbiamo preoccuparci non solo di quella fascia di dipendenti che e disposta a tutto per smettere in quanto il costo, esistenziale più che economico, della droga è per loro divenuto insopportabile, ma anche degli altri, di quanti cioè sono tossicomani e tali intendono continuare ad essere, il piacere legato al consumo di droga es-sendo per loro ancora cosi intenso da non poter essere bilanciato o affievolito da nessuna contrarietà.

E’ parimenti importante che il medico conosca i suoi limiti essendo pericoloso ed inutile lanciarsi in rapporti “uno a uno” (che in realtà sono uno a due, per la variabile ingovernabile della sostanza) inevitabilmente destinati a fallire, con conseguente scoramento e possibile comparsa di aggressività quando non addirittura di disprezzo verso altri eventuali pazienti. La terapia di un drogato è un avventura talmente complessa che è sempre bene percorrerla in gruppo, possibilmente affiatato e diretto da un “maestro”.

Questo e un grande limite dei servizi italiani di assistenza ai tossicomani, i SAT, tumultuosamente nati dopo i decreti Aniasi sulla spinta dell’emergenza ed impegnati in un duro e quanto indispensabile lavoro di prima linea di cui sarebbe ingeneroso misconoscere l’utilità. Il limite dei SAT è consistito sinora proprio nell’assenza di “maestri” capaci di dare direttive certe, basate sulla propria esperienza, scienza e conoscienza e non sulle direttive di questo o quell’assessore, di questo o quel comitato di gestione, di questa o quella linea politica o di pensiero.

Così ( molti colleghi più giovani ignorano ancora la filosofia, i limiti e le possibilità della terapia sostitutiva con metadone, per citare il più importante dei presidi farmacologici a nostra disposizione, utilizzato spesso in maniera irrazionale, quando non addirittura emotiva o isterica, con paure, limitazioni, frustrazioni e sensi di colpa che di certo non aiutano l’opera del farmaco, anzi spesso lo disconfermano.

L’altro grande limite che penalizza i servizi pubblici nei confronti delle strutture private antidroga è che queste partono dall’uomo, potendo cosi creare staff affiatati e ben diretti mentre i servizi partono obbligatoriamente dalle “razze” o dalle “qualifiche” con una coesistenza obbligata non sempre pacifica tra persone di diversa motivazione e disponibilità che possono giungere perfino a paralizzare il servizio in funzione della loro elevata conflittualità interpersonale o “inter-razziale”.

Un buon SAT invece deve avere una leadership autorevole, capace di dare le grandi linee dell’operare a tutti i dipendenti, dirimendo le eventuali controversie; deve avere un servizio psico-sociale non competitivo o in atteggiamento di difesa polemica contro quello medico, deve avere locali dignitosi e bene arredati (in genere le USL si dilettano ad ospitare i SA T nei posti più squallidi e impensabili… tanto sono drogati!); deve avere soprattutto medici devoti al loro lavoro e competenti, pagati adeguatamente alla loro qualificazione (e non ad ore, a mezzo servizio, bimestrali, trimestrali, superprecari come vergognosamente avviene spesso); medici che, di fronte a un drogato, sappiano fare diagnosi; che sappiano dare il metadone, tanto per svezzare quanto all’opposto per mantenere in attesa di tempi migliori; che conoscano farmaci utili a svezzare come in primis la clonidina; che non focalizzino il loro intervento sulla mera disintossicazione, essendo il tossicomane non colui che si droga ma colui che, in una data fase della sua esistenza, è incapace di sopravvivere senza droga, per cui il togliergli la droga e basta è un negare la sua malattia; medici che sappiano usare gli antagonisti quando occorrono come il Naloxone nelle overdosi e il Naltrexone nella terapia di soggetti ben selezionati e motivati; che visitino spesso i loro pazienti, intervenendo per curare eventuali patologie concomitanti o per prevenire altre complicazioni; che sappiano fare educazione sanitaria ai tossicomani per insegnare loro a vivere prima di tutto senza ulteriori complicazioni in attesa che la fiamma della droga si possa esaurire col tempo.

Medici fiduciosi che il tempo che passa è un loro alleato, perché gli effetti positivi della droga sono destinati inevitabilmente a diminuire mentre si enfatizzano quelli negativi; medici equilibrati che non cadano in depressione davanti ad un insuccesso essendo consapevoli della diabolica forza della droga; medici che rispettino ed amino i loro pazienti come quel vecchio clinico milanese che qualche settimana fa in televisione affermò: “Il drogato è un malato, per questo io lo tratto come il Principe di Galles”.

,