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Significati profondi dell’esperienza comunitaria

Articolo tratto da “Le Comunità terapeutiche in Italia”.

La sintesi globale dei concetti che abbiamo sviluppato specificamente per ogni Comunità è rappresentata dal vissuto psicologico intrinseco dei membri coinvolti nel particolare e peculiare tipo di vita di una Comunità. La risposta di un volontario (di una delle strutture visitate) alla domanda fatta sul suo vissuto personale rispetto all’esperienza in Comunità è stata la seguente “… Io cercavo un posto per poter guadagnare e vivere ed ho trovato questo posto e qui ci sto da 10 anni…”; ci ha colpito, in quanto questa risposta, un pò confusa ma comprensibile, sintetizza la posizione di molti che lavorano per/con i tossicodipendenti e con gli emarginati in genere.

Più le Comunità sono fortemente strutturate e rigide, più questo aspetto si manifesta in maniera evidente. Vivendo insieme 24 ore su 24, si crea una sorta di dipendenza reciproca tra operatori ed utenti, quasi simbiotica. Così assistiamo a due fenomeni.

Da un lato c’è la richiesta di Comunità chiusa da parte di persone che si bucano, e questo, sia per pressioni derivanti dalla società emarginante per loro, che dalla famiglia che spesso, per logoramento, impotenza e conflitti vari, preme per “metterli” in un posto chiuso; sia principalmente per esigenze interne alle persone, esigenze che si manifestano dando una sorta di “delega” di se stessi alla Comunità: “Ecco, io ti affido la mia vita, il mio malessere, la mia sofferenza, io non li so gestire”.

Dall’altro lato si manifesta il fenomeno più o meno complementare, e cioè l’esigenza inconscia delle persone che gestiscono la Comunità di prendersi cura degli altri e fare di questo la propria ragione di vita: “Vieni, io ti do la mia vita, il mio benessere, la mia gioia di vivere”. Il gioco è fatto.
Ma cosa cerca una persona in una comunità? Cosa questa gli dà realmente? Da un punto di vista analitico sentiamo di affermare che la persona che aderisce ad un programma di trattamento comunitario risponde alla propria intima esigenza di avere un ambiente che gli dia calore, sicurezza: uno spazio definibile quale materno.

Tale esigenza è dominante in quanto, levato l’involucro protettivo dell’anestetico, l’individuo rimane disarmato, indifeso: la Comunità dunque serve in primo luogo a proteggere. Questo può essere quindi il motivo dell’aggancio dell’individuo alla comunità: la necessità di sentire se stessi protetti, di avere un gruppo a cui riferirsi sentirsi non più soli come lupi. La comunità deve percepire questo bisogno della persona e deve soddisfarlo con calore e con decisione: essa deve accogliere l’individuo con umanità e fermezza. Tale posizione della Comunità può essere definita “posizione materna”; il tipo di rapporto che si struttura col giovane è di tipo simbiotico, l’una parte rafforza l’altra nella sua posizione. Tale caratteristica è insita nel significato stesso del termine comunità – comune.

Il concetto di simbiosi è stato molto sviluppato nella letteratura psico-analitica e rappresenta una delle tappe fondamentali nella crescita evolutiva del neonato. Corrisponde a quella fase in cui il comportamento del bambino ed il suo modo di agire rivela che è come se lui e la madre fossero un sistema onnipotente, come se rappresentassero un’unità duale circoscritta all’interno di uno stesso confine comune. In qualche modo la vita totalizzante all’interno della Comunità rappresenta questa fase.
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